Premetto che questa è la prima recensione che scrivo su questo sito (anzi è la prima recensione in generale) e quindi conto sul vostro aiuto per migliorarmi.... Il disco che andrò a recensire, è un disco molto criticato.... una delle ultime fatiche della Vergine di Ferro.... "Dance of Death"...
Quello in questione è sicuramente un lavoro particolare, che ha bisogno di un ascolto più critico e attento rispetto a quello che bisognava dare a dischi stupendi come "Killers" o "Powerslave", che colpivano subito. Il gruppo, già dal precedente "Brave New World" è formato da 6 elementi: alla voce il mitico Bruce Dickinson, alle chitarre Adrian Smith, Dave Murray, e Janick Gers, al basso il fondatore del gruppo Steve Harris, e alla batteria l'inossidabile Nicko Mc Brain.
Il disco si apre con due canzoni veloci e d'impatto come "Wildest Dreams" e "Rainmakers" dove si può scoprire subito un gruppo in piena forma ma che, da questi primi due brani, non fa altro che riciclare idee forse più fortunate quali "The Wicker Man". Queste sono comunque buone canzoni che di fatto verranno sempre riproposte nei live del tour mondiale del disco in esame. Con il terzo capitolo del lavoro si entra nella parte più intima del disco; "No More Lies" è il primo capolavoro di questo album. Un brano che parte lento e melodico e sfocia in una potenza incredibile. Ottimo. Subito dopo c'è la discreta e dai sapori medievali "Montsegur". Veloce e accattivante, ma rimane un pò in ombra rispetto alla precedente. La title-track è un capolavoro a tutti gli effetti. Si comincia con un arpeggio malinconico dettato dall'acustica di Gers, poi il basso di Harris e infine l'esplosione con la batteria di Mc Brain. Il testo può ricordare un pò quello di "The Number Of The Beast" vista la presenza di rituali satanici, ma l'atmosfera creata dalla voce narrante di Dickinson e le Chitarre epiche del trio Smith, Murray, Gers la rendono una canzone capace di creare un'atmosfera incredibile. Le successive "Gates of Tomorrow" e "New Frontier" non propongono nessuna idea nuova ma rimangono abbastanza coinvolgenti. L'ottava traccia del disco è secondo me anche la migliore dell'intero album: "Paschendale". Una canzone maestosa e imponente. Ottima la prova di Smith che crea un mix perfetto di suoni che esaltano il testo malinconico cantato da un Dickinson strepitoso. "Face in the Sand" è per lo più un riempitivo, e dopo aver ascoltato l'intero disco la si ricorda poco. "Age of Innocence" ha le strofe granitiche e potenti che sfociano in ritornelli tutto sommato orecchiabili e coinvolgenti. La chiusura dell'opera è lasciata alla prima canzone acustica nella storia dei Maiden (dopo la semi-acustica "Prodigal Son" del disco "Killers"): "Journeyman". Un esperimento molto ben riuscito.
Il disco non è sicuramente uno tra i migliori della storia della Vergine, ma raggiunge un buon livello soprattutto grazie a capolavori come "Paschendale" e "Journeyman", per non parlare di "No More Lies" e "Dance of Death". Il resto purtroppo non convince per originalità ma rimane nella penombra del passato di questo gruppo. In generale una buona prova.
A questo giro Harris e co. hanno smentito e sorpreso un po’ tutti.
Non troverete chissà quali sconvolgimenti musicali, bensì, una piacevole, curiosa e orecchiabile, evoluzione nella intramontabile musica del più grande gruppo Heavy-metal di sempre... THE IRON MAIDEN!!
"Dance of Death potrebbe facilmente essere definito 'noioso ma con classe', un lavoro realizzato da vecchie glorie che oramai creano musica con lo stesso trasporto emotivo con cui un impiegato timbra il cartellino."
"Siamo al cospetto di una band che ha reso grande l'heavy metal, pertanto il disco in questione rappresenta un episodio di puro mestiere, sempre più lontano dai capolavori."
LA MERDA + TOTALE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Non compratelo.
La ripetitività delle canzoni è sempre più frastornante e ci viene ormai automatico chiederci perchè continuino a sfornare canzoni così simili tra loro anche dopo più di 20 anni di carriera.
Un album mediocre che non consiglio all'acquisto se non per provare di tracciare un'inesistente evoluzione di un gruppo appassito con gli anni.
Montegur: a mio parere il pezzo più bello dell’album, molto pesante nei riff ma dotata di splendidi effetti.
Le canzoni citate valgono assolutamente l’acquisto dell’album che è, insieme a A Matter Of Life And Death, il più bell’album degli Iron.