Jethro Tull, segni particolari: Ian Anderson.
Già perché l’artefice massimo della carriera di questa band è stato sicuramente il “pifferaio magico” Anderson col suo genio, la sua immensa creatività e, diciamolo pure, a volte la sua pazzia. L’acuto più splendente della lunga storia di questo gruppo è probabilmente l’album del 1971, “Aqualung”, un ottimo esempio di quella musica a cui i Tull ci hanno abituati nel corso degli anni: un Progressive Rock con vigorosi accenni Hard mescolati ad una forte vena Folk dettata anche da un uso massiccio ma mai banale del mitico flauto che ha ricamato e condito con particolare fantasia le varie tracce di questo ed altri loro album.
Prima ancora di inserire il disco nel lettore, si viene subito colpiti da titolo e copertina originalissimi e molto ermetici nel significato. "Aqualung” è il nome di un barbone (inventato dalla mente di Anderson) il quale viene poi raffigurato, appunto, nella copertina e sta ad indicare uno dei temi principali affrontati all’interno dell’album e cioè le condizioni di vita degli strati poveri della società. Altro tema di grande rilevanza, toccato soprattutto nella seconda parte del disco, sarà poi una riflessione articolata, mediante una tagliente e velenosa ironia, sulla chiesa e sulla religione.
Oltre alla grande padronanza del flauto, Anderson sfoggia un’altra peculiarità che gli consente di interpretare al meglio tutti i suoi brani: una voce in grado di adattarsi perfettamente al tema delle canzoni eseguite, passando da toni ruvidi, aspri e aggressivi (come nella title-track o nell’accattivante Cross Eyed Mary) a toni più tranquilli, sereni e pacati (soprattutto in tracce acustiche quali Slipstream o Cheap Day Return) sempre con grande professionalità ed efficacia.
Non mi dilungherei molto sulla scaletta dell’album salvo dire che si presenta molto variegata alternando momenti tumultuosi (Up To Me, Hymn 43 o Locomotive Breath) a parti più introspettive e raffinate (Mother Goose o Wondr’ing Aloud).
Mi riservo invece di fare una menzione speciale per la canzone, a mio avviso, simbolo di “Aqualung”: sto parlando di “My God”. Che dire? Certamente un capolavoro reso tale dalla sua struttura: riecheggiano da lontano accordi di chitarra, che diventano sempre più intensi, più sostenuti. Ad essi si aggiunge un greve pianoforte che accompagna la graffiante voce pronta per la sua invettiva anticlericale. Poteva mancare il Flauto? No di certo, Anderson infatti ci delizia con un assolo meraviglioso che sfocia in cori epici e grandiosi trainando la canzone verso il punto più alto e poi ancora giù e si ritorna alla melodia della prima parte. Ogni altra parola sminuisce la maestosità di questo brano. Ascoltatelo e basta!!!
La titletrack apre l’album con un riff che è Storia, l’unico in grado di procurarmi una piena erezione oltre a quelli di “fuma sul cesso” di Ian Cazzoduro Gillian e “smells” del Kurt Douglas.
Perché i nostri affezionatissimi mostrano tutti i limiti della Chiesa, con la sua ipocrisia e strumentalizzazione.
Perché lui, col suo piccolo flauto, seminò e semina tuttora ben più discorsi di quanto avrebbe potuto fare anche se si fosse messo a gridare per tutta la vita.
Aqualung è un album commovente e profondo che richiede un grande numero di ascolti per essere apprezzato in tutta la sua grandezza.
Uno dei momenti più alti e intensi della storia del rock.
Una pietra miliare nella storia del rock certificando la leggenda dell'uomo che suonava il flauto su una gamba sola.
Un disco che è per metà rivolto all’aspra critica di quelle chiese intense a infinocchiar l’anime pie.
Neanche riposto il disco tornai nel letto vera pelle, laddove la sposa era ben desta e quindi uscimmo a riveder le stelle.