La voce di Ian Anderson, polistrumentista e leader dei mitici Jethro Tull non c'era già più, ma ha la forza e il coraggio di regalare a noi fan una pietra miliare del progressive folk/prog rock. Grande classico con venature etniche (cosa che lo stesso Ian Anderson mette in luce nel libretto, dicendo che in sede di composizione ha scelto di usare le scale arabe, tra cui ad es. la cosiddetta scala bizantina, che altro non è che una normalissima scala maggiore, ma col III e VI grado abbassati di un semitono), questo disco inizia proprio con la title track: Roots To Branches: sin dall'attacco, si sente immediatamente (o meglio, si intuisce) che la canzone è costruita secondo l'armonia modale. Segue poi Rare And Precious Chain, dove è evidente l'uso di una scala musicale diversa rispetto alle classiche scale musicali occidentali. Ciò che sorprende, tra l'altro, è che le tracce successive, fino alla canzone che chiude il disco, ovvero Another Harry's Bar, sono un rimando al periodo d'oro della band, in cui, col contributo straordinario di David (ora Dee) Palmer, John Evans e sopraattutto del batterista Barriemore Barlow, Ian Anderson ha sfornato dei capolavori incredibili, partendo da Benefit, disco in cui debutta John Evans, quando la line up comprendeva ancora lo straordinario bassista Glenn Cornick, fino a tutta la trilogia folk, senza dimenticare dischi straordinari come ad es. Too Old To Rock'n'Roll: Too Young To Die! e A Passion Play. Disco dalla gustosissima atmosfera ambient (pur non essendo un disco come Tales From Topographic Oceans degli Yes, in cui l'atmosfera dreamy la si respira sin dalla prima traccia), ha solo il difetto che la voce di Ian Anderson has perso la sua straordinaria magia.
Roots To Branches, ovvero dalle radici ai rami, dove la magìa è senza tempo.
Possiamo solo pretendere tanta buona musica con pochissimi cali di tensione, ed è esattamente ciò che Roots To Branches è.