A poco più di un anno dalla dipartita del grande Joe, mi sembra doveroso rendere omaggio alla sua memoria musicale ed al contributo artistico di questo grandissimo interprete, perciò prendo spunto dalla lacuna della mancanza di una recensione del suo secondo album uscito, come il primo, nel mitico '69.
Siamo nella Londra di fine epoca beat quando una nuova epoca musicale è iniziata e si consacra proprio nell'agosto di quell'anno con il ritrovo a Woodstock, al termine del quale il mondo musicale non sarà più lo stesso. Uno dei tanti eroi dell'evento fu proprio il nostro amato Joe con la sua voce un po' roca, ma assolutamente "aggressiva", allora venticinquenne ed avezzo ad interpretare celebri cover.
A Woodstock si fa notare in particolare per quella "Delta Lady" di Leon Russel, qui piazzato alle tastiere, che sarà a lungo uno dei suoi cavalli di battaglia, contenuta proprio in questo album uscito poco dopo e che ne consacrerà le qualità. Russel lo accompagnerà anche nel tour propositivo dei primi due album e da cui sarà tratto il capolavoro live "Mad Dogs & the Englishman".
Qualità tali da permettergli d'attingere senza difficoltà dal repertorio di mostri sacri dell'epoca quali i baronetti di Liverpool e Bob Dylan: basta pensare a brani come "With a Little Help from My Friends" del primo album o "Something" e "She Came through the Bathroom Window" dall'indimenticabile attacco, contenuti in questo, sviluppati in maniera tale da non far rimpiangere l'esecuzione madre, se non addirittura andare oltre.
Certo Joe non viveva solo di luce riflessa, ma ne aveva anche di propria da vendere e la fa risaltare particolarmente nell'album d'esordio, in questo troviamo solo "That's Your Business", simpatica ballata vagamente da saloon che si contrappone decisamente, anche come stile esecutivo alla malinconica "Hello Little Friend" o all'appassionata "Bird on the Wire".
Assai accattivante è anche l'inizio di "Hitchcock Railway" che fila via in ripetuto duetto con le cinque coriste che lo accompagnano, in stile Bacharachiano e che si ripetono anche nel brano di chiusura anche se in misura minore.
In conclusione un album onesto con le vette indimenticabili che ho cercato di evindenziare, certamente inferiore a quello d'esordio anche come Organico e atto a sfruttarne la gloria, cui 4 stelle vanno un po' larghe, ma in considerazione dell'elevata qualità della registrazione rapportata ad un'epoca in cui la stereofonia esisteva, ma non era di certo per tutti, ci stanno.
Joe canta in una maniera così intima e personale, che le parole diventano eterne.
Joe Cocker e la sua voce roca, grintosa e piena di sentimento, tra coloro che hanno contribuito a definire l’abecedario del rock.