Sono circa le sei del pomeriggio della prima metà degli anni ‘70 e, seduto davanti alla televisione con una fetta di pane burro e zucchero, aspetto che un uomo con una telecamera in mano spari una panoramica alla mia cucina dallo schermo tv: sta per iniziare una nuova puntata di “Avventura” e non vedo l’ora di ammirare tigri e balene, popolazioni aborigene ed antichi egizi. Quando finalmente parte la sigla, ad aumentare la mia eccitazione contribuisce un suono vibrato che non so minimamente cosa sia e poi, improvvisamente una voce possente intona “She came in through the bathroom window protected by a silver spoon…”
Adesso so che il vibrato è una chitarra distorta, che la voce è quella di Joe Cocker e la canzone, firmata dalla coppia Lennon-McCartney, “She Came In Through The Bathroom Window”, ma la conoscenza non cambia il risultato: non posso fare a meno di seguire la voce rapito, agitando, in base al lugo in cui mi trovo, l’agitabile. Del resto il cocktail è di qualità e già ampiamente testato con la cover di “With a Little Help from My Friends” che raggiunse il primo posto in Inghilterra nel 1968, seguito dalla pubblicazione dell’omonimo album del 1969, disco d’oro negli USA.
Il brano citato, invece è parte del secondo lavoro della Tigre di Sheffield: “Joe Cocker!” dato alle stampe nel novembre del ‘69, dopo che Joe era diventato leggenda, anche e soprattutto grazie all’esibizione sul palco del festival di Woodstock il 17 agosto, e riprende la formula del primo album, con molte cover e alcuni inediti, confermando la congenita qualità di Joe: interpretare canzoni altrui e renderle uniche, con un modo di sentire la musica soul/rock/blues reso evidente dall’agitazione con la quale si muove sul palco, caratteristica distintiva del nostro che ha fatto la fortuna di innumerevoli imitatori, primo fra tutti John Belushi.
Rispetto all’opera di debutto, “Joe Cocker!” si pone su un gradino leggermente inferiore ma, del resto, non sempre puoi godere della partecipazione di gente come Jimmy Page, Steve Winwood e Tony Visconti, come accaduto nel precedente lavoro, anche se la Grease Band fa un ottimo lavoro e Chris Stainton fa faville alle tastiere, ma qui manca quella nota di genialità negli arrangiamenti che fa la differenza.
Il lavoro si apre con “Dear Landlord”, una cover di Dylan estratta da “John Wesley Harding” dal quale Jimi Hendrix ha già preso, per stravolgerla, “All Along The Watchtower” (e questo sarebbe un lavoro minore del Bardo …): dal ritmo decisamente più veloce dell’originale con un bel pianoforte, quella che ascoltiamo non è una versione “migliore”, ma nuova rispetto all’idea Dylaniana del brano. Si prosegue con una cover spirituale di “Bird On TheWire” di Leonard Cohen impreziosita da un magnifico organo a cura di Stainton: "Come un uccello sul filo... cercherò, a modo mio, di essere libero", Joe canta in una maniera così intima e personale, che le parole diventano eterne. A questo punto una botta di vita con “Lawdy Miss Clawdy” un blues del 1952 di Lloyd Price che, sebbene parta con un assolo di chitarra, lascia presto spazio al pianoforte di Stainton che la fa, ancora una volta, da padrone. Quindi, senza soluzione di continuità, la chitarra distorta di “She Came In Through The Bathroom Window” con la Grease Band che dà il meglio di sé non facendo rimpiangere i quattro di Liverpool e l’enorme lavoro fatto agli Apple Studios durante le registrazioni di “Abbey Road”, e poi una delle voci più belle di sempre, una di quelle che penseresti appartenere a un nero della Georgia, come il suo idolo Ray Charles, e non a un bianco di Sheffield. Il brano seguente, “Hitchcock Railway” di Donald Dunn - il riccioluto bassista dei “The Blues Brothers Band” - suona molto familiare alle italiche orecchie “grazie” al furto operato da Zucchero per l'arrangiamento di “Per colpa di chi” … ovviamente siamo in un altro mondo: le dita veloci e leggere sul pianoforte, poi chitarra, basso e campanaccio a creare un arioso preludio alla voce di Cocker che ci porta sui sedili di una Cadillac De Ville Convertible in una giornata di sole americano.
Il lato B si apre con lo “scassato” pianoforte Honky tonk di “That's Your Business Now”, uno dei tre inediti dell’album, questo a firma di Stainton e dello stesso Cocker, cui fa da contrappunto un violino e una versione ironica della voce di Joe, il tutto a creare un’atmosfera debitrice dei Basement Tapes del solito Dylan. Pescando nell’aureo mare dei Beatles, segue un’altra magistrale interpretazione di un brano dei “Fab Four”, questa volta di Harrison, "Something" con la Grease Band che suona come i turnisti della Motown, il risultato ne è la naturale conseguenza: attimi di pelle d’oca. Quindi gli altri due inediti - ma a firma di L. Russell che è anche il produttore dell’intero album - molto diversi tra loro: “Delta Lady”, un brano esemplificativo del suono dell’intero lavoro risultato del mix tra blues inglese della fine dei '60 con i suoni più contemporanei del soul e del pop, per un pezzo cucito sartorialmente sulle potenti corde vocali della Tigre, e “Hello Little Friend”, con un cantato che è la base per la musica intorno, un’interpretazione intima e personale e una voce che basta a sé stessa e non ha bisogno d’altro. La collaborazione fra i due produrrà risultati addirittura migliori nel successivo doppio live “Mad Dogs And Englishmen”, con oltre trenta musicisti pazzeschi sul palco, quali il batterista Jim Gordon, il tastierista Chris Stainton ed il sassofonista Bobby Keys, le cantanti Rita Coolidge e Claudia Lennear, a formare un insieme irripetibile per qualità ed intensità. La decima e ultima traccia, seppure sia una rispettosissima cover, questa volta de “The Lovin’ Spoonful”, “Darling Be Home Soon”, prova ancora una volta - se ce ne fosse bisogno - che cambiato uno dei fattori il prodotto non muta, la reinterpretazione dei pezzi di altri artisti si risolve in una canzone intensa e diversa. In conclusione, quindi, ancora una volta pelle d’oca.
L’intero album procura la suggestione che sia stato registrato dal vivo e non stanca, grazie all’alternanza di momenti di potenza esplosiva e delicata atmosfera, con suggestioni blues e soul, accenni country e folk. L’unico limite è quello di ritrovarsi incastrato tra due capolavori, il precedente ed il successivo, non riuscendo a replicare l’apice interpretativo del primo o quello creativo del secondo ma, comunque, costituisce un ottimo compromesso, o meglio un naturale passaggio, tra i due. Dopo nulla sarà più così e nemmeno i successi degli anni ’80 ci restituiranno l’artista dei tre album citati, al netto di “Sheffield Steel”, album del 1982 che, grazie alla felice scelta del repertorio e dei musicisti, si avvicinerà agli splendidi risultati degli esordi.
Ma ciò basta e basterà per annoverare Joe Cocker e la sua voce roca, grintosa e piena di sentimento, tra coloro che hanno contribuito a definire l’abecedario del rock, non fosse altro - oltre, ovviamente, alla leggendaria voce ed alle qualità interpretative - per l’attitudine divertita e frenetica, passionale e straziante, che coinvolge l’ascoltatore grazie ai suoi eccessi che provocano emozioni contagiose, anche a livello fisico: chi, ascoltando il rock, non ha mai suonato un’immaginaria chitarra con gesti convulsi, traduzione in gesti dello fluire della musica nel corpo.
Dedicato ad Antonio C. che mi ha sbloccato il ricordo.
La sua voce un po' roca, ma assolutamente "aggressiva", allora venticinquenne ed avezzo ad interpretare celebri cover.
Un album onesto con le vette indimenticabili che ho cercato di evindenziare.