La perdita, a soli due anni, del padre pilota d’aviazione in un incidente aereo ha sicuramente segnato a vita il biondo Joe, e lo si vede dalle copertine di diversi album a suo nome. Nel primo e precedente disco vi era effigiato un biplano e qui invece, al secondo cimento da solista (1974), il nostro sfoggia occhiali e sciarpa alla Barone Rosso, con quel mezzo sguardo insieme malinconico ed ironico che contrassegna perfettamente il personaggio.
Gran lavoro stavolta, veramente consistente. Il ventiseienne chitarrista sta in forma smagliante e le idee motiviche e ritmiche gli sgorgano copiose. L’album contiene nove canzoni e i riempitivi sono ridotti al minimo, giusto uno o due. Un mezzo filler può considerarsi la sua personale “Pavanne” (con due enne), ovvero uno stralcio della sonata di Ravel trasformato in divertissement con quelle nuove diavolerie elettroniche pronte a farsi mettere le mani addosso lì in studio, i sintetizzatori (Joe ha studiato pianoforte in gioventù, la madre era pianista classica).
Questa diversificazione elettronico/sinfonica peraltro funziona bene come efficace intro al successivo rock duro “Time Out”, mentre un riempitivo al cento per cento è per forza “All Night Laundry Mat Blues”, un ebbro minutino di sgangherato pressappochismo country blues.
La buona musica per contro la si trova già in partenza di disco, con l’allegra “Welcome to the Club” un rock’n’roll pieno di strappi ritmici che sa riciclare al meglio i soliti quattro accordi, evitando di cadere nello scolastico. La voce nasale, un poco chioccia, simpatica e riconoscibilissima di Walsh spinge in avanti il brano con ironia e grinta; lo strano ma creativo modo di suonare la batteria del suo amicone Joe Vitale fa altrettanto.
“Falling Down” rispolvera le chitarre acustiche 12 corde mentre le elettriche sono effettate tramite l’hendrixiano Univibe, per un episodio country rock nostalgico e melodiosissimo nobilitato dai cori a’la Eagles di… Glenn Frey, Randy Meisner e Don Henley autore anche delle liriche! Manca ancora un anno e mezzo all’ingresso di Walsh nelle Aquile, questa ne è solamente la primissima avvisaglia.
“Time Out” è l’hard rock nella precipua concezione di Joe Walsh: ossia intelligente, solenne, lirico, misurato e deciso… Solo un pelo “spuntato” dalle scelte del suo produttore Bill Vattelappesca (evvabbè, lo scrivo: Bill Szymczyk), uno da materassi e plaid sempre infilati nella grancassa, nonché tovaglioli appiccicati alle pelli di tom e rullante e infine chorus dappertutto, in chitarre bassi e voci: non il massimo per il rock che in questo modo viene asciugato di buona parte del suo sudore.
“Help Me Through the Night” è un’altra ballata in Eagles style anche perché le voci che circondano Walsh sono di nuovo le loro. Ma il tour de force dell’album è rappresentato dai quasi sette minuti di “Country Fair”, pregno del caratteristico lirismo e dell’epicità che sono indubbie e ragguardevoli virtù musicali del titolare del disco. L’intermezzo centrale è un piccolo capolavoro, con gli stacchi di chitarra solista preceduti dalle assolventi scie del loro stesso riverbero e questo grazie al nastro del registratore fatto girare al contrario: una chicca che stacca all’istante Joe da qualsiasi superficiale etichetta di chitarrista rock e basta: qui c’è ricerca, impegno, freschezza, voglia di cercare nuove vie espressive.
Il finale dell’opera è dolcemente, profondamente amaro. “Song for Emma”, la sua figlioletta di tre anni morta che erano in pieno corso queste registrazioni, vittima di un incidente automobilistico capitato a sua mamma (a quel tempo ancora niente sedili di sicurezza per i bambini…). Il brano per voce, pianoforte, orchestra e coro (non una nota di chitarra) è sin troppo magniloquente, ma l’addio a una figlia merita rispetto e questo concepiva il cuore spezzato di Walsh in quel frangente.
Forse il miglior disco del nostro, se la gioca con “Bud Seriously… Folks!” di quattro anni successivo. Mi ricorda i miei anni verdissimi, quando ascoltavo dischi come questo fino allo sfinimento: non mi stancherà mai.