Dal Duemila a oggi il mondo delle riviste musicali ha fatto spesso ricorso a etichette come "best new music" o "next best thing", utilizzate per definire i dischi migliori del mese oppure gli artisti del momento. In alcune circostanze i pareri esaltanti si sono rivelati fondati, ma nella maggior parte dei casi sono risultati a dir poco eccessivi, poiché raramente i cantanti insigniti di questi prestigiosi riconoscimenti hanno lasciato un segno, un'impronta tangibile ed evidente.

Anche la statunitense Kelela non è stata risparmiata dai magazine di settore. Acclamata dalla critica ai tempi dell'esordio Take Me Apart, la cantautrice di origini etiopi ha ricevuto altrettanti elogi per il secondo album Raven, uscito nel febbraio del 2023 e pubblicato dalla leggendaria Warp Records.

Tra i più entusiasti troviamo senza dubbio Andy Kellman, che su Allmusic ha definito il lavoro come una serie di "fluid oscillations between diaphanous ballads, pulsing slow jams, and modern street soul bangers", considerandolo eccellente e dandogli un voto piuttosto elevato.

Attratto da questo profluvio di stelle, numeri e aggettivi ridondanti, ho deciso di ascoltarlo e di provare a giudicarlo senza preconcetti, evitando di farmi condizionare dalle opinioni catturate durante le numerose navigazioni in rete.

La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stata la copertina, dove il volto di Kelela sembra emergere dall'acqua o da un liquido amniotico, quasi a preannunciare quella voglia di rinascita e cambiamento illustrata in alcuni brani della corposa tracklist (quindici tracce per oltre un'ora di durata complessiva).

Passando all'aspetto prettamente musicale, mi ha colpito la quantità di persone che hanno lavorato al disco, una schiera notevole di collaboratori tra i quali figurano Mocky, Kaytranada e LSDXOXO, famoso per avere realizzato tantissime compilation e per avere remixato "Alice" di Lady Gaga.

I producer esperti contattati per il progetto si sono impegnati nel costruire un sound eccellente, un impasto sonoro che pesca da molteplici generi (ambient, drum and bass, 2-step/garage, soul, r&b, etc...) e riesce in qualche modo ad attualizzarli. Il tutto a favore di atmosfere soffuse, talvolta seducenti, che perfino nei frangenti più ballabili ci fanno vivere un'esperienza immersiva.

Gli ingredienti insomma sono stuzzicanti, la posta in gioco è alta, però l'impressione è che qualcosa non vada per il verso giusto e impedisca a Raven di raggiungere il suo obiettivo.

Tolta l'apertura di "Washed Away", dove Kelela canta il suo desiderio di rinnovamento accompagnata da tappeti ambientali dall'incredibile potenza evocativa, i restanti pezzi non incidono più di tanto, tradendo fin da subito le aspettative createsi dopo i primi bellissimi minuti.

Il problema principale, neanche a dirlo, è proprio Kelela Mizanekristos, vale a dire la protagonista del viaggio (o almeno uno dei personaggi di spicco, considerando il manipolo di musicisti, fotografi e registi che l'hanno aiutata nella realizzazione anche visiva dell'LP).

La songwriter di Washington ha sicuramente un timbro piacevole, rilassante e soprattutto non si perde in vocalizzi eccessivi, dimostrando una certa concretezza (anche se non mancano composizioni più complesse, come la lenta "Let It Go"). Peccato che la sua performance, alla lunga, si dimostri piatta e monocorde, con lo spettro della noia in agguato e il dito indice pronto a skippare soprattutto nella seconda parte del disco.

Se aggiungiamo al tutto una certa monotematicità (canzoni d'amore con allusioni saffiche e le già citate tendenze catartiche), unita a qualche ripetizione o sensazione di déjà-vu (i due accordi della title-track sanno davvero di già sentito, per non parlare degli innegabili riferimenti a Janet Jackson e al suo The Velvet Rope), risulterà chiaro quanto l'impalcatura allestita per l'occasione non sia affatto solida, ma anzi fragile, traballante.

Qualche episodio interessante c'è (la jungle di "Happy Ending" e "Missed Call", il mix di ambient e 2-step di "Contact"), ma in generale sfila via abbastanza rapidamente, senza impressionare molto (e i meriti vanno ricercati nelle abilità del team produttivo).

Arrivati a questo punto, direi che il quadro è evidente. Non voglio negare a Kelela un certo fascino, una propensione ad ammaliare il musicofilo di turno, tuttavia credo che Raven sia l'ennesimo esempio di un'immagine sfolgorante che prevale sulla sostanza, vizio e difetto di troppe produzioni degli ultimi decenni, più attente alla forma che al contenuto.

Forse in futuro avremo la possibilità di ricrederci. Per ora, ahimé, il giudizio non può che restare sospeso.

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