Nel 1971 Lucio Dalla pubblica il suo terzo album, "Storie di casa mia", con tutto quel giallo abbagliante ed accecante in copertina. All'epoca ha già 28 anni e, pur non essendo sicuramente uno sconosciuto, visto che ha già all'attivo due dischi ("1999" del 1966 e "Terra di Gaibola" del 1970) e due partecipazioni al Festival di Sanremo (con "Paff...bum!" nel 1966 e con "Bisogna saper perdere" nel 1967), altrettanto sicuramente non è molto famoso, in quanto sia le due partecipazioni sanremesi che i due dischi citati non hanno lasciato particolarmente il segno. E si nota proprio in questo lavoro la voglia, da parte dell'autore forse stufo di essere considerato "di nicchia", di acquisire maggiore consenso e popolarità. E tale volontà si può già intuire nello stuolo di collaboratori assoldato per l'occasione: ai testi troviamo infatti Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti, tranne "Lucio dove vai" il cui testo è del solo Bardotti, e "Un uomo come me", "Il bambino di fumo","Il gigante e la bambina" e "4/3/1943" il cui testo invece è appannaggio di Paola Pallottino, futura docente all'Università di Bologna; le musiche sono tutte dello stesso Dalla, tranne quella di "Strade su strade" che è invece da attribuire a Lally Stott; gli arrangiamenti sono curati dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis (futuri componenti del gruppo Oliver Onions, che successivamente comporrà molte colonne sonore per i film della premiata ditta Bud Spencer-Terence Hill, nonchè sigle di serie televisive di grandissimo successo come "Sandokan" e "Zorro"), tranne "Il gigante e la bambina" e "4/3/1943", arrangiate invece da Ruggero Cini. All'epoca, come si sarà intuito, Lucio non era ancora cantautore a tutto tondo, ma si limitava (per modo di dire) a comporre le musiche, tranne in un paio di sporadiche precedenti occasioni, in cui aveva perlomeno collaborato alla stesura del testo ("Cos'è Bonetti" e "Non sono matto o la capra Elisabetta"): la sua trasformazione a cantautore totale avverrà solamente a partire dal 1977 con l'album "Com'è profondo il mare". Un altro segnale della volontà di Lucio di arrivare ad un pubblico più vasto lo si può cogliere anche dalla struttura musicale dei brani, molto più "edulcorati" rispetto al passato, in cui predominavano al contrario molte improvvisazioni scatt, dovute soprattutto alla formazione jazz-clarinettistica dell'autore. Ma anche in questo lavoro alcune eccezioni, fortunatamente a parere di chi scrive, ci sono.

L'intento dell'autore di arrivare ad un pubblico più vasto con questo album potè dirsi sostanzialmente raggiunto, in quanto lo stesso conteneva alcuni brani destinati a divenire degli evergreen di Dalla. A partire dalla traccia di apertura, "Itaca", in cui il viaggio di Ulisse viene raccontato dalla prospettiva di un semplice marinaio, sicuramente diversa da quella del suo condottiero: "Capitano, che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino? Capitano, che hai trovato principesse in ogni porto, pensi mai al rematore che sua moglie crede morto?" Ma, nonostante tutto: "Capitano, che risolvi con l'astuzia ogni avventura, ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura? Ma anche la paura in fondo mi dà sempre un gusto strano: se ci fosse ancora mondo sono pronto, dove andiamo?". Per questo brano alcuni hanno addirittura scomodato Dante e Brecht: questo perchè il finale citato è sicuramente dantesco, in quanto fa riferimento alla voglia, che pervade anche i "poveri" compagni d'avventura di Ulisse, di proseguire il viaggio per esplorare nuovi mondi, nonostante la loro enorme paura (“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”). Ma pare che in seguito Dalla, in alcune sue esibizioni dal vivo, avesse cambiato proprio questi ultimi versi nei seguenti: "Ma se non mi porti a casa, capitano, io ti sbrano”. Questo finale alternativo è invece molto più vicino al pensiero brechtiano, che condannava l'idea della morte come atto eroico. Forse anche per Lucio questo dilemma rappresentava un problema irrisolto, anche se lui stesso nell'album live "Bologna 2 settembre 1974" spiegò che il brano "Itaca" alludeva metaforicamente alla ribellione del proletariato (i marinai) contro gli industriali (Ulisse). Ma anche in questo caso si sarebbe evidentemente trattato sempre di un problema irrisolto per l'autore, visti i due finali alternativi (il destino del proletario resta quello di ubbidire sempre e comunque al suo "capitano" o deve invece ribellarsi per rivendicare i suoi diritti sacrosanti)? Se si prende per buona questa ultima interpretazione, fornita peraltro dallo stesso autore, forse si riesce anche a comprendere meglio il significato del coro presente nel pezzo, che recita i seguenti versi: "Itaca, Itaca, Itaca, la mia casa ce l'ho solo là; Itaca, Itaca, Itaca, ed a casa io voglio tornare dal mare, dal mare, dal mare". Pare infatti che questo coro, indicato genericamente nell'album come "Coro popolare", fosse stato eseguito e registrato dai dipendenti della casa discografica RCA proprio nel giorno della festa che l'azienda teneva annualmente per premiare i più meritevoli, e che dunque fossero tutti abbastanza alticci, per non dire ubriachi fradici. Molti imputano a questo pezzo il difetto di avvalersi di questo coro definito "pacchiano": considerato il suo carattere sghembo-alticcio-ubriaco, può quasi essere preso come un complimento!

Un altro pezzo contenuto nell'album destinato a rimanere abbastanza famoso (anche se forse più nella versione di Ron uscita in quello stesso anno che in quella di Dalla) è "Il gigante e la bambina". All'inizio esso venne interpretato dal pubblico come una favoletta per bambini, complice forse anche la musica dolce e soave che l'accompagnava. Ma i censori RAI furono di tutt'altro avviso quasi subito e costrinsero l'autrice, Paola Pallottino, a modificare il verso "ma il gigante adesso è in piedi con la sua spada d’amore, e piangendo taglia il fiore prima che sia calpestato" in "ma nessuno può svegliarli da quel sonno tanto lieve: il gigante è una montagna, la bambina adesso è neve". Come rivelato da Ron molto tempo dopo in un'intervista, infatti, il brano fa riferimento ad un fatto macabro realmente avvenuto: "la canzone narrava di uno stupro da parte di un giardiniere che violentava una bambina; si voleva rappresentare la follia del personaggio, che piange poiché crede davvero d’obbedire ad un impulso amoroso nei confronti della poveretta; avevo 18 anni e poteva sembrare una favola candida, ma Paola Pallottino aveva scritto il testo ispirandosi ad un fatto di cronaca accaduto vicino a Bologna, lo stupro di una minorenne. Compresi che quella canzone era una bomba innescata solo dopo la censura parziale della Rai. Erano i primi anni settanta e neppure i media parlavano volentieri di certi temi”. Ma gli attentissimi censori RAI, come detto, si erano già accorti anticipatamente a cosa si riferisse veramente il brano: stupro, pedofila, depravazione, altro che favoletta per bambini! Altro brano destinato a diventare un evergreen è "La casa in riva al mare": brano toccante e malinconico, anche dal punto di vista musicale, il cui testo racconta la vicenda di un detenuto, probabilmente un ergastolano, che ogni giorno si affaccia dalla sua cella e da lì vede, oltre al mare sterminato, una casa bianca in cui abita una donna a cui lui dà il nome immaginario di Maria e di cui si innamora solo guardandola, fino al punto di immaginare di sposarla una volta uscito di prigione. Ma il suo desiderio non si avvererà mai, in quanto morirà prima di uscire di prigione, come si evince dal finale, "E gli anni son passati, tutti gli anni insieme, ed i suoi occhi ormai non vedon più. Disse ancora la mia donna sei tu, e poi fu solo in mezzo al blu. Vengo da te Maria": dramma della solitudine! Per il sottoscritto uno dei brani più belli di sempre della musica italiana, niente da aggiungere.

E poi naturalmente c'è "4/3/1943", presentata al Festival di Sanremo di quell'anno in coppia con l'Equipe 84, primo vero grande successo di Dalla e destinato a diventare uno dei brani più famosi di sempre della musica italiana (anche se inizialmente questo pezzo non fu inserito nell'album, ma lo fu nelle successive ristampe a furor di popolo). In questo caso la censura si abbattè come una scure sul testo, sempre ad opera di Paola Pallottino, evidentemente abbonata a "mettersi nei guai" con i suoi scritti per Dalla. Innanzitutto fu imposto di cambiare il titolo del brano da "Gesùbambino" (proprio così, tutto attaccato) in, appunto, "4/3/1943", data di nascita di Lucio Dalla. E poi: "mi riconobbe subito proprio l'ultimo mese" si trasformò in "mi aspettò come un dono d'amore fino dal primo mese", "giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare" divenne "giocava a far la donna con il bimbo da fasciare", e soprattutto "e ancora adesso che bestemmio e bevo vino, per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino" si mutò in "e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino". Naturalmente, nelle successive versioni live del pezzo, i ladri, le puttane, le bestemmie, la Madonna e l'ultimo mese tornarono tutti al loro posto. Il fatto che questa canzone fosse intitolata con la data di nascita del cantautore, fece pensare a molti che fosse autobiografica. Anche se non è del tutto così, qualcosa di vero in fondo c'è, dato che la Pallottino, a proposito di questo pezzo, ha dichiarato quanto segue: " "Gesùbambino" "voleva essere un mio ideale risarcimento a Lucio per essere stato orfano dall’età di 7 anni. Doveva essere una canzone sull’assenza del padre, ma poi è diventata una canzone sull’assenza della madre". Quindi potremmo definirlo un brano semi-autobiografico. Un altro pezzo semifamoso è "Un uomo come me", anche in questo caso con testo della Pallottino, che anticipava in qualche modo le tematiche del brano che Dalla avrebbe portato in gara con ben altro successo al Festival di Sanremo dell'anno successivo, "Piazza Grande". Basta leggere alcuni versi per rendersene conto: "Un uomo come me se ha sete beve vino, se ha fame chiede il pane al suo vicino", "Un uomo come me ha un lupo dentro il cuore: lo senti gridare, ma non credi all'amore". Entrambi i brani facevano riferimento alla vita "borderline" ed anche un pò bohémienne del protagonista, che in effetti sotto certi punti di vista era anche un pò il tipo di vita che conduceva Lucio in quel periodo. E dunque anche questo pezzo, molto bello a parere di chi scrive, potrebbe essere definito semi-autobiografico.

Gli altri pezzi del disco non hanno evidentemente retto alla prova del tempo, sia quelli più "edulcorati" musicalmente, ossia "Per due innamorati" (che narra la storia di due fidanzati morti in guerra prima di aver potuto esaudire il loro desiderio di sposarsi), "Strade su strade" (che descrive la voglia di evadere dalla propria realtà quotidiana, destinata a rimanere tale in quanto "Strade su strade, nessuna che va mai oltre questa città che muore") e "L'ultima vanità" (in cui una donna si vanta di aver regalato ad un uomo deluso l'ultima vanità, mentendo); sia quelli più sperimentali, ovvero "Il bambino di fumo", "Il colonnello" e "Lucio dove vai". Ma in questi ultimi tre pezzi citati, a differenza dei precedenti tre (che comunque non sono assolutamente da buttare) a mio avviso c'è del vero e proprio genio. In "Il bambino di fumo" si parla, in maniera figurata, del tema dell'inquinamento ambientale, col protagonista che "stringe solo criniere di nebbia" e respira "solo smog". Il finale del pezzo è da incorniciare, col bambino di fumo diventato ormai ragazzo di fumo, il quale viene apostrofato da un'altra persona in un improbabilissimo dialetto napoletano. Ma lo stile scat a cui Lucio aveva abituati fino a quel momento ritorna prepotentemente negli altri due brani. In "Il colonnello" siamo alle prese con, appunto, un colonnello che in una specie di delirio sempre maggiore, sottolineato anche dal timbro vocale che diventa sempre più "pazzoide", se la prende con "straccioni distesi per strada, i negri, la mafia, la droga, i disfattisti, i comunisti, i pederasti e con la plebaglia che sempre più canaglia si fa". Il pezzo che chiude il disco, "Lucio dove vai", lo reputo una riuscitissima autoseduta psichica, di cui penso tutti abbiamo avuto bisogno almeno una volta nella vita. Secondo Baldazzi, "Il testo racconta bene la confusione che anni prima aveva cercato di risolvere con l’aiuto di uno psicanalista, per sbrogliare quell’intricato groviglio di fili emotivi, passionali, intellettuali, sessuali, familiari, che lo teneva annodato. Si risolse insomma a stendersi sul lettino dello psicanalista, cosa del tutto impensabile nella Bologna di allora. E fu l’ennesima delusione: i dribbling, le bugie, le rimozioni a ripetizione alla prima seduta indisposero il medico che si sbarazzò subito di lui, spedendolo da un collega. Lucio poi cambiò un altro analista ancora, e alla seconda seduta concluse l’esperienza. Lo specialista aveva un’idea chiara della situazione e disse a Dalla che a suo parere lui non aveva nessuna intenzione di risolvere i suoi problemi. E forse aveva ragione, perché Lucio, andando avanti con gli anni, aveva imparato a convivere con i suoi fantasmi, con le sue visioni, creando, soprattutto attraverso la musica, il suo personale campo di distorsione della realtà". Pare infatti che a quei tempi Lucio avesse comportamenti a dir poco stravaganti, tipo andare al cinema con gli amici e rumoreggiare per tutto il tempo, andare in scena in mutande, girare con delle ciliegie come orecchini, entrare nei ristoranti con le scarpe in mano o girare nei corridoi della RCA seminudo insieme a Patty Pravo. Dal testo del brano, si ha conferma di quanto raccontato da Baldazzi: "Lucio come stai? Le tue bugie ora le pagherai". Il finale conferma il suo momento di grande confusione: "Lucio come stai? Nemmeno tu sai dirlo ormai, ma vivi, tu vivi, tu vivi."

E' singolare che i testi di alcuni fra i suoi pezzi più autobiografici (o, come detto, almeno in parte autobiografici), che sono pochissimi, siano stati scritti da altri, anche se pare che almeno una parte del testo di "Lucio dove vai?" (forse il suo pezzo più autobiografico e sincero di sempre) sia stato scritto da lui stesso. Della sua vita privata in verità non si sa quasi nulla, e lui stesso non ne ha mai parlato diffusamente. Forse questa sua difficoltà ad aprirsi agli altri ha spinto qualcun altro, che evidentemente lo conosceva molto bene, a scrivere per lui di questi argomenti che riguardavano la sua vita privata, visto che forse lui non era capace o semplicemente non voleva farlo avendo una specie di ritrosia al riguardo; ma, se poi aveva acconsentito alla pubblicazione di tali pezzi, significa che non era contrario alla diffusione di qualcosa che riguardasse, almeno in parte, la sua sfera personale. Il mio voto al disco è quattro stelle perché giudico, anche se di poco, la trilogia con Roversi e gli album da "Com'è profondo il mare" a "Dalla" superiori, tutti da cinque stelle.

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