C’è uno scarto netto tra “Toro scatenato” e gli altri film di Scorsese. Perché nel raccontare la storia di Jake LaMotta, Marty decide di non smorzare in alcun modo la tragedia-farsa con svolazzi estetici. Bianco e nero, colonna sonora minima, spazi svuotati, quasi astratti. I personaggi appaiono sullo schermo come fossero su un palcoscenico, nudi davanti ai loro stessi drammi.
Il tragico
Scorsese persegue una lettura profondamente problematica della parabola di uno sportivo. L’angoscia, la paranoia, i lunghi silenzi prima e dopo i match, i sacrifici che costringono Jake a tante rinunce, che si riverberano poi sui suoi familiari. Il costo del successo è massimo, si prende tutta la vita dell’uomo e non solo la sua, finché il fratello e la moglie riescono a stargli accanto. Uno spasmo continuo, fisico e psicologico, per arrivare in alto. E poi, il crollo verticale, anche più rovinoso, solo apparentemente attenuato da un filtro comico. Siamo in realtà dalle parti dell’umorismo pirandelliano, dove la patina clownesca dell’ex campione non fa altro che amplificare il dramma, la tragedia.
Un uomo contro
Jake LaMotta agisce e subisce la sua stessa ferocia. Il toro scatenato sa solo combattere, non solo sul ring. Non sa far altro che la guerra, a tutti. Come massacra i suoi rivali, così annichilisce le persone che gli stanno intorno, costringendole a subire costantemente le sue paranoie, la gelosia, la voglia di farcela da solo, senza alcun compromesso. La sua forza è la sua condanna. Per lui è normale così, fare a pugni col mondo, ma per gli altri no. Per la moglie è uno stillicidio, per il fratello un tormento quotidiano.
Una visione maliziosa
Jake attua una censura e un controllo costanti nei confronti della moglie. Non può esprimersi, quasi, deve stare sotto il controllo del fratello, quando lui non può sorvegliarla direttamente. Questa paranoia, amplificata dai sacrifici che gli vengono imposti dal pugilato, non è indice tuttavia di una coscienza pura, un bisogno di trasparenza. Il contrario. Jake è sporco, marcio, e dunque vede la malizia nei comportamenti altrui, a volte a ragione ma spesso anche a torto.
Questo emerge soprattutto nella sua seconda vita da comico, perché le battute non sono altro che il ribaltamento dell’ordine morale: Jake vede i significati sottotraccia che corrodono la realtà apparente, e nel farli emergere con le sue battute scatena le risate del pubblico. La gente ride perché qualcuno finalmente dice quello che pensa, la scomoda verità, e cioè che il marcio è un po’ in ciascuno di noi. Dunque, le paranoie del pugile non erano deliri farneticanti, ma semmai una visione lucida e per questo problematica della realtà.
Lo sport antiretorico
Martin Scorsese mostra in questo film la sua visione più antiretorica. Lo sport, il pugilato, spesso usato come banale parallelo del successo, del sogno americano che si avvera, qui è narrato in una forma anticlimatica, i trionfi sono smorzati, mai celebrati davvero. Lunghe fatiche, sacrifici, dolore, ferite, e poi alcuni attimi di furia, mai lucidi, mai sereni, sempre incalzati dalla rabbia, la paranoia, l’indignazione. Lo sportivo è una bestia irrazionale, forte in quanto capace di soffrire, ma incapace di mediare con il suo fuoco agonistico. Esiste solo l’ossessione della vittoria, prima e dopo è gelo, buio e silenzio. Il bianco e nero, i fotogrammi sfuocati (il montaggio astratto di Thelma Schoonmaker), le musiche minimali: non c’è trionfo, solo uno sfogo animalesco pagato a carissimo prezzo. Jake è un puro, in un certo senso, e questo lo rende così insopportabile. Non conosce mediazione, e quando deve perdere appositamente, per accontentare i protettori criminali, vive il suo dramma più profondo, quello di aver compromesso la sua autenticità.
Lo spazio e il silenzio
Il film di Scorsese non mostra davvero il mondo intorno al protagonista. Interni anonimi, locali generici, stanze in penombra, un ring con una folla indistinta che grida, comunica con suoni animaleschi la sua approvazione o il suo sdegno. Non c’è la realtà, in questa pellicola, ma solo la percezione del protagonista. E come dicevo in esordio, nessun abbellimento. Manca il colore, ma anche la voce narrante tipica di Scorsese. Le musiche quasi assenti. Un film di Marty senza musica rock è qualcosa di clamoroso, ma è una scelta molto ben calibrata, fondamentale nell’economia del film. Quei lunghissimi silenzi servono per dare spazio al dramma vero, al mutismo dell’anima di fronte al dolore quotidiano, all’orrore della violenza domestica, che non è minimamente attenuata. Anzi, in sottofondo sentiamo clangori, rumori di oggetti che si rompono, frizioni metalliche. A confronto, le malefatte dei gangster di “Goodfellas” sembrano delle goliardate o poco più.
La narrazione non mediata
Manca una voce narrante perché mai come in questo caso la verità è complessa, non univoca. La visione di Jake è unica e particolare, irripetibile, e non va spiegata. Lo sguardo furibondo del toro non può trovare un corrispettivo nelle parole di un narratore, ma si esprime a gesti, cazzotti, frasi smozzicate. Il suo eloquio è da primitivo perché in fin dei conti la sua visione del mondo è così, priva di quei filtri che la società ci insegna o ci impone. Lui vede e comprende le contraddizioni di suo fratello e di sua moglie perché ha uno sguardo se vogliamo più elementare, ma proprio per questo più vicino all’essenza delle cose.
Una narrazione così immersiva e non mediata si costruisce anche con dialoghi che mimano in modo accurato il parlato popolare, la lingua dei figli del Bronx. Nei tanti cortocircuiti comunicativi sta gran parte del dramma del pugile forte ma fragile, violento ma onesto, amato da tutti ma terribilmente solo. Non è un caso che questo sia uno dei film più volgari dell’intera opera di Scorsese. Perché la fragilità di questi uomini è anche frutto della loro pochezza culturale, della loro percezione “bassa” di ogni cosa.
Nella scena finale, Jake sta per salire sul palco per il suo show. Bazzica ormai i bassifondi, fa il comico per pochi avventori che si prendono pure gioco di lui. Frequenta donne non più così avvenenti. Dopo la prigione, dopo le ingenuità con le minorenni, la fine del matrimonio, la vendita della cintura di campione al banco dei pegni, lo vediamo ancora lì, che mima di combattere davanti allo specchio. Una copia comica, sovrappeso, di se stesso. Ed è davanti allo specchio che Jake tira fuori la sua fragilità.
“Mi potevi aiutare un po’ di più, avresti dovuto difendere tuo fratello… Potevo diventare un campione. Potevo essere qualcuno, invece di niente, come sono adesso.” (monologo di Marlon Brando in “Fronte del porto”).
Così, il toro scatenato che ha massacrato rivali e familiari con la stessa ferocia, forse aveva solo bisogno di essere capito, protetto, ascoltato.
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Altre recensioni
Di dennigi
"Non mi hai buttato giù… hai capito Ray!? Non mi hai buttato giù".
Stupisce trovare nella Hollywood dei primi anni '80 un film realizzato con tanta passione, come fosse l'ultimo film possibile o l'ultima storia raccontabile.
Di VU
Lo spettatore si schiera con Jake e non ne capisce bene il motivo dato il suo carattere insopportabile.
Il bianco e nero, invece di rappresentare un limite, rende questo film ancora più grande di quanto lo sarebbe stato a colori.
Di Kenny.Club
Non sono un animale!
Mi ricordo una sera levai l’accappatoio e cascò il mondo: m’ero scordato i calzoncini.
Di Rax
Un capolavoro sull’autodistruttività umana.
Fare questo film mi salvò la vita.
Di Poldojackson
Il più grande film sulla boxe di tutti i tempi (così dicono e così dico pure io).
Toro Scatenato, in fondo non è un film sulla boxe. Vediamo l’uomo, un mezzo animale, vediamo l’America.