Alla vigilia dell'edizione 2018 del Levitation/Psych Fest di Austin, Texas vale la pena parlare di questo album che segna il debutto dei MIEN, il nuovo progetto di Alex Maas dei Black Angels che poi sarebbero praticamente gli "inventori" del festival più importante del revival del rock psichedelico e oggi sicuramente considerabili come una delle band rock più seguite del panorama internazionale. Alex non è sicuramente nuovo a collaborazione e in questo caso specifico si mette alla guida di quello che se volete potete pure chiamare supergruppo, completato da Rishi Dhir (The High Dials/Elephant Stone), Tom Furse degli Horros e John-Mark Lapham degli Earlies.
Annunciato già da mesi in pompa magna e con una buona operazione di marketing dalla Rocket Recordings e conseguentemente accolto con grande entusiasmo, devo dire che dopo averlo ascoltato il disco (eponimo) pure senza entusiasmare, ha vinto la mia iniziale diffidenza che poi era dettata più che altro da un approccio meno sperimentale degli ultimi dischi Black Angels e dal disinteresse per Horrors e Earlies. Mentre Rishi Dhir è un bravo musicista ma come compositore (diciamo così) non si è mai veramente realizzato. Eppure è proprio il contributo di Rishi, Tom Furse e John-Mark Lapham a dare a questo disco un senso che va al di là del semplice culto per i Black Angels (che alla fine piacciono a tutti). "MIEN" è un disco con diversi spunti interessanti e in cui Alex si limita per lo più a svolgere un ruolo quasi manageriale.
Le composizioni del disco sono tutte costruite su strutture sintetiche e samples costruiti da Laphan e Furse e sul contributo delle tastiere e l'immancabile synth di Rishi (il cui apporto è determinante nella specie nella pop-psichedelia ipnotica di "Earth Moon" e nel pezzo glitch ossessivo Daniel Lopatin "Echolalia...). Manca quasi del tutto il contributo di una vera e propria batteria in un disco che del resto è stato concepito come una miscela tra il sound Black Angels, psichedelia Beatles e Conny Plank. Una definizione che ci può pure stare considerando che ci possiamo trovare elementi drone ("You Dreamt"), sessioni trance ("Ropes") oppure il deep ambient di ("Other") e chiaramente qualche tentativo kraut-rock più o meno riuscito (tipo "Odessey") mentre altre volte prevale quella tipica oscurità Black Angels che assume un carattere pomposo ("(I'm Tired Of) Western Shouting"), quasi sacrale ("Hocus Pocus") fino alla banalità più totale di "Black Habit". Il giudizio finale - a proposito di psichedelia - è "half and half": niente male, ma tra qualche mese sarà già nel dimenticatoio.