"It's a hopeless situation / And I'm starting to believe / That this hopeless situation / Is what I'm trying to achieve / But I try to run on / It's all or none / All or none..."
Un atto di forza questo nuovo disco dei Pearl Jam, non c'è che dire. A tratti piacevole, a tratti noioso con un fastidioso sapore di deja-vue.
A tratti fa sorridere, come nella canzone "Bushleager" dove Eddie Vedder scimmiotta i discorsi televisivi di giorg_dabliù.
Il settimo album in studio dei ragazzi di Seattle reduci del grunge cerca di imporsi con un impeto non commerciale all'ascoltatore attento.
Vuole essere al di sopra delle mode del momento, insomma, diverso.
Risentire il suono della Gibson Les Paul è sempre un'emozione, specie se pennellata come Stone Gossard fa egregiamente.
La voce di Eddie Vedder poi è sensuale e travolgente come sempre.
Complessivamente però il disco piace ma non esalta, incuriosisce ma non rapisce. A suo tempo per togliere "Versus" dal lettore CD c'è voluto il cacciavite; questa volta basterà premere "eject".
I tempi di Ten e Vs. restano terribilmente lontani, non solo dal punto di vista cronologico.
Mi chiedo ancora, come fece uno scrittore italiano per un'altra band, perchè Dave Abruzzese è uscito dal gruppo?
La rabbia giovanile non ha cambiato nulla, i problemi sono sempre gli stessi in tempi sempre più grigi.
I Pearl Jam sono e dimostrano di rimanere qualcosa in cui credere, di differente, abili artigiani nel raccontare tutto ciò che non si può misurare con il denaro.
"L’atto di rivolta annunciato nel titolo è totalmente disatteso."
"Era una pretesa a breve scadenza, perché passati gli anni d’oro, la spinta d’opposizione appare piuttosto svilita."