Scientificamente sappiamo che le fasi lunari durano pressappoco sette giorni. Musicalmente quattro trentenni sono riusciti a compiere il miracolo: hanno racchiuso tutto ciò che è inerente alla luna in circa 43 minuti, a partire dalla copertina( della Harvest, casa discografica molto cara economicamente)che raffigura un prisma triangolare intento a tagliare in due un magnifico arcobaleno, il tutto su un fantastico sfondo nero, che dà l'idea di sospensione nel vuoto. Nessun titolo sopra, solo nella sottile striscia laterale troviamo le informazioni necessarie per codificare artista e titolo. Nel retro, assenti i titoli delle tracce, reperibili soltanto sul cd-rom (in realtà, nell'edizione per l'anniversario dei 30 anni troviamo il titolo direttamente sulla copertina, come per i titoli dei brani, ma ciò ha solo rovinato la stranezza affascinante del "Dark Side").
Analizzata la custodia nei minimi dettagli, non resta che introdurre questo concept album nel lettore. In principio il più rumoroso silenzio, poi piano piano lenti suoni, battiti del cuore, ticchettii, registratori di cassa (da analessi per ciò che sarà Money), risate sommesse e grasse, che si ripetono seguendo un profondo ciclo, in contemporanea, un urlo lacerante che cresce in progressione, varcando la barriera del suono. Finalmente la partenza di un geniale ed imprevedibile lento: matematico, preciso, puro, trafitto da una buona dose di serenità, i suoni angelici e dolci di chitarra, la voce carezzevole di David Gilmour che non rompe questo magico equilibrio armonico, anzi lo allieta, ammorbidendolo in buona parte e rendendo ulteriormente ballabile quest'invenzione floydiana. Questa è "Speak to me/Breathe". Quasi non ci si accorge, dato che tutti i pezzi (come si verificherà anche successivamente)sono collegati tra loro dal filo magico della psichedelia lunare, che si è arrivati alla seconda traccia, "On the run", dipendente completamente dal'impianto elettronico regolato dal grande bassista Roger Waters (vera e propria anima del gruppo). Non mancano però voci aeroportuali accompagnate da un presumibile decollo (ottenuto dal variare degli effetti). Alla fin fine è solo un tema che subisce piccole variazioni, ma non suscita monotonia, più che altro viva partecipazione e pieno senso di trasporto, di movimento verso mete distanti anni luce. Il pezzo trova la sua conclusione con un rumore picchiettante di passi.
Improvviso rumore meccanico di molteplici orologi: trova la sua genesi "Time". Trillo argentino di sveglie e campane ripetute che si diradano per lasciar spazio ad un profondo e consitente ticchettio, differente dai precedenti poichè privo di battiti secchi. L'aprirsi di uno strano accordo di chitarra elettrica fa intendere la profonda atmosfera alternative-progressive, risalente a dei profondi suoni mai riprodotti perchè privi di senso umano, più che altro cosmici, quasi risalenti alla notte dei tempi, ma allo stesso tempo così innovativi, che è davvero difficile, se non impossibile, catalogarli. Lo stacco secco di batteria, dopo 2 minuti e mezzo di inconscio convertito musicalmente, riporta alla realtà: vengono infatti pronunciate le prime parole, così cariche ed energiche, sostenute magnificamente dagli stacchi di chitarra elettrica, le quali poi trovano quasi un relax che fa distendere proprio tra i meandri musicali. Fine momentanea del parlato, costituita da fantasmagorici accordi, quasi rabbiosi, prigionieri del sogno, tali da far immaginare grandi documentari naturalistici e galattici. Ritorno di botto ai versi musicali, sempre colorati caratterialmente, sempre poi tendenti ad uno stato di benessere con se stessi. Successivamente, genialità delle genialità, il ritorno alle melodie ballabili di "Speak to me/Breathe", stavolta però con testi diversi. Così avrà conclusione questo 7 minuti ed oltre di privazione dal conscio.
Il seguito non è da meno: "The great gig in the sky" riesce ad incarnare una quiete a tratti falsata, "turbata" da dei velati e poi acutissimi vocalizzi che calzano come un guanto alla mano. Il pianoforte è maestro in questa nobile composizione; prosegue solenne, mai interrotto, rispecchia la perfezione assoluta. La traccia 5, "Money", si fa riconoscere da sola, per mezzo di quei registratori di cassa che incassano ripetutamente, riproducendo trilli argentini ben diversi però da quelli di "Time". Il seguente giro di basso ormai occupa un posto nella storia della musica. Non è il solo però ad essere protagonista: è seguito dalla chitarra e la batteria e, naturalmente, dalle emissioni vocali di David, restie nello stare in disparte, sempre egocentriche (non a torto). Il ritornello è quasi a scalare. Incredibilmente (forse non è così strano, ci siamo ormai abituati ad incanalare stranezze nei nostri padiglioni auricolari) troviamo delle trombe, che tutto sommato non stonano. Ma la caratteristica principe della traccia musicale è l'incredibile sfogo di chitarre, che se potessero parlare, ne avrebbero di cose da dire. Vengono agitate sapientemente e non eccessivamente da grandi e sapienti maestri. Il ritorno ai vocals è obbligatorio anche perchè giustamente richiesto per chiudere alla grande. Gilmour non si fa attendere e sforna la sua grande e sconfinata abilità canora.
Suoni di organo segnano il preludio di "Us and them". Le trombe fanno la loro eccelsa figura. La parte canora arriva dopo quasi due minuti, pacata e lieve, vellutata. Il ritornello raffigura quasi un inno, una liberazione da questa catena della calma, che inesorabilmente avvolge l'ascoltatore. Come in "The great gig in the sky", avvertiamo piacevolmente il pianoforte, diligente al massimo. Suoni psichedelici e caleidoscopici danno il via a "Any colour you like". Seguono tremolii di chitarra magistralmente suonata con cura, quasi ad aver paura di rompere lo strumento che tutto può, date le sue infinite possibili combinazioni musicali. "Brain damage" non può avere titolo più idoneo: i suoi accostamenti inizialmente a tratti quasi gospel , il suo ritornello angelico che pronuncia vivamente "The dark side of the moon", le sue risate di gusto, tutti questi fattori provocano danni al cervello, ma positivamente.
Dulcis in fundo, il cd conclude degnamente con "Eclipse", che raccoglie tanti stati emozionali, tutti nelle parole, e che nella sua parte finale ripropone quell'abissale silenzio di "Speak to me".

Il "disco" (ma si può definire così questo agglomerato di strumenti musicali, di voci, di effetti, di elettronica?) ha così il suo termine. E' difficile però pensarlo, dato che tutto è prepotentemente penetrato nella nostra anima e difficilmente riusciremo a privarcene. Possiamo davvero dichiarare che il lato oscuro della luna è stato esplorato.

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