"Year Zero", Nine Inch Nails, data di uscita 16 aprile 2007.... cazzo, domani! Il giorno di "Fear Of A Blank Planet"... Chiedo al mio portafoglio "ce la facciamo a comprarli entrambi?". Lui non dice niente ma mi mette sotto il naso il bollettino per le rate dello Spector a cinque corde... D'accordo, è un no... Notte insonne, sino alla folgorazione: nel buio lo sguardo bluastro di una bambina e una voce: "Colin Edwin usa bassi Spector..."... 16 aprile, mattina; non guardo neanche sotto la N del reparto dischi, ne agguanto uno un pò più in là... Ora sentiamo cos'ha davvero da dirmi questa bambina bluastra. Play.
Un anno fa un conoscente che sbaglia sempre quando disprezza ma ci azzecca sempre quando elogia mi consiglia "On The Sunday Of Life" (1991); bel disco, ne convenni, tanto ricco di idee come di tutti quei debiti che uno come Steven Wilson ha inevitabilmente verso l'era d'oro del rock. Poi, curioso, salto a piè pari undici anni di carriera di questi Porcupine Tree e sbatto contro "In Absentia", trovando tutto quello che cercavo: sound moderno, composizioni stimolanti, arrangiamenti perfetti. Non ho ascoltato di meglio recuperando, di li a pochi mesi, tutti i capitoli del porcospino; una serie di dischi apparentemente ineccepibili, che tuttavia diluiscono l'ambizione newprog ora in prevedibili divagazioni (lo schema più volte riciclato di "Russia On Ice"), ora in dubbie concessioni pop ("Lazarus"). Il piacere del loro ascolto, quello si, persiste sempre...
...play...
Le sei tracce di "Fear Of A Blank Planet" sono perfezione pura, e stavolta lo sono anche oltre le apparenze. I Porcupine Tree non sono probabilmente destinati al capolavoro assoluto, ma qualche "loro" capolavoro ce l'hanno ("The Sky Moves Sideways", "In Absentia"); "Fear" è uno di quelli. L'infinitesimale cura del dettaglio agisce su due fronti, deliziando l'ascolto e raffreddando l'impatto di un concept gelido come la copertina; la tecnica di Wilson, Barbieri, Edwin e Harrison è sopraffina eppur sempre funzionale alla totalità del suono; le premesse saranno riciclate ma prima o poi dovevano giungere al loro apice realizzativo. "Anesthetize", diciasette minuti che spaccano il disco a metà, scorre più di tre minuti di Sanremo ed è, col suo cavalcare un'infinità di suggestioni, forse il pezzo più emblematico dello stile Porcupine Tree; le sferzate metal sono quanto mai giustificate, l'elettronica entra massiccia eppur non invade, il gusto di tutti (Wilson in primis) è l'unica fonte di calore...
Felice e contento, non mi sono ancora preoccupato di trovare un amico che abbia scelto "Year Zero"...
Steve Wilson l'ha capito, e stavolta ci regala un disco più duro, denso ed intenso.
Anesthetize è scorrevole e fluida in tutti i suoi 17 minuti, e non pecca mai di ripetitività o di dilatazioni varie.
Spero resterà una triade, mi dispiace dirlo.
La musica sembra scorrere in maniera anonima, solo raramente illuminata da qualche buona intuizione.
Non posso far altro che rimanere stupefatto, ancora una volta, dalla genialità di quest'uomo (Steven Wilson) e di questa band che non smette di salire verso vette inarrivabili.
Le mie domande hanno trovato risposta... rielaborazione del passato, idee nuove e appeal quasi metal condito da psichedelia vecchia e nuova che si danno battaglia sullo stesso campo.
Steven Wilson come al solito non lascia al caso nulla e se proprio dovesse lasciare qualcosa al caso penso di tratti di una piccola distrazione.
La titletrack è sinceramente una delle mie preferite scritte dal gruppo e riesce a mettere un'energia che poche altre canzoni loro riescono a trasmettere.
Beato lui, che non ha, davvero non ha paura di essere quello che è.
Vorrei che non finisse mai. La tastiera, ma senti! Mega passaggio di Harrison ed ecco dove si giunge, al caro vecchio death da cui Akerfeldt si è sempre lasciato ispirare.