Copertina di Soft Machine Volume Two
zzot

• Voto:

Per appassionati di jazz, rock progressivo, psichedelia, sperimentazione musicale e storia della musica anni '60
 Dividi con...

LA RECENSIONE

Appendete le orecchie ai manici dei vostri ombrelli, sarete investiti da una pioggia di suoni elettrici e sconsiderati!!

Queste tracce di ispirazione "dadaista" costituiscono a mio parere il momento musicale più innovativo della Soft Machine.

Siamo nel 1969. Il pubblico dell'Ufo di Londra sta trovando il suo alfiere psichedelico nel giovane Syd Barrett e il gruppo di Wyatt si alterna con le esibizioni dei Pink Floyd su quello stesso palco e in quegli stessi anni. Il rischio è che però tutta la scena rock dopo la morte senza resurrezione degli ultimi Beatles si popoli di visionari traghettatori che pur di sventolare la bandiera dell'originalità a tutti i costi perdano i contatti con la dimensione musicale dalla quale attingere per creare cose nuove.

Da questo variegato mondo sotterraneo emergono i Soft Machine, musicisti di formazione jazzistica della cosiddetta "scena di Canterbury". In primiis caratterizzati da una tecnica musicale elevata e dal gusto per la sperimentazione. Ma sono anche ricordati per l'utilizzo del sax tenore e soprano in una formazione rock, per gli arrangiamenti complessi associati a rumoristica ed effetti sonori disturbanti e per l'ironia dei testi in stile Frank Zappa che troveranno il loro apice nei magnifici Gong di Daevid Allen (ex Soft Machine).

Veniamo a noi. Quello che mi piace di questo disco rispetto al successivo Third idolatrato e magnificato da tutti è il fatto che la musica è indiscussa protagonista e la voglia di stupire è presente ma tenuta sotto controllo come la cloche di un aereo durante le più spettacolari acrobazie.

I brevissimi brani "Pataphysical Introduction - part I e II" hanno echi di Rithm and Blues e suonano moderni quanto un brano di acid jazz di un musicista nero. Non è casuale nel II la citazione dei fiati di uno standard jazz famosissimo "These Foolish Things". La capacità di questo gruppo di attingere al passato, rielaborarlo e addirittura stravolgerlo è più viva che mai. Ci sono intermezzi godibilissimi come "A concise British Alphabet" in cui si recita l'alfabeto scandito dalla voce divertita di Wyatt che qui ancora non ha le tinte fosche dei suoi futuri album solisti. Si passa dai cambi di tempo di "Hibou, Anemone and Bear" forse più tipica anticipatrice del classico "prog rock" agli arrangiamenti vocali di "Dada was Here" e "Have You Ever Bean Green?". In particolare quest'ultima a mio parere è un capolavoro di intrecci melodici, armonie sospese e improvvisi stacchi ritmici apparentemente insensati il tutto in neanche 1 minuto e 20 secondi di musica.

Spendo anche una parola sulla giustamente celebre "Dedicated to You But You Weren't Listening". Chitarra acustica e voce: da rimanere senza parole. Ascoltatela e ditemi se pensate ancora che per essere originali servono sintetizzatori, grida e batterie iperveloci (non voglio fare polemica con i fan dei Dream Theatre, ci mancherebbe). I brani di Ratledge "Orange Skin Food" e "A Door Opens and Closes" sono sicuramente quelli di impronta più fusion, filone che poi si svilupperà dopo il terzo album con la sua conclusione nel 6 e 7 volume.

A mio parere questo è il disco più interessante pur amando molto tutta la discografia del gruppo. Wyatt è molto ispirato ed è un ottimo cantante. Artisticamente qui raggiunge il suo apice per poi perdersi un po' nella sperimentazione fine a se stessa in Third e andare verso un lento declino negli anni successivi. D'altra parte però bisogna dire che pur perdendo sotto il profilo dell'originalità i Soft Machine si sono affinati sempre di più negli anni settanta come musicisti di prim'ordine. In particolare apprezzo davvero molto la capacità di comporre musica originale strumentale mescolandola all'improvvisazione jazz e alla canzone pop. Bisognerebbe interessarsi a queste rare realtà musicali in un'epoca ricchissima dal punto di vista dell'immagine ma poverissima dal punto di vista della ricerca sonora e musicale.

 

 

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

La recensione esalta Soft Machine Volume Two come uno dei momenti più innovativi della scena jazz rock del 1969. L'album fonde sperimentazione sonora, improvvisazione jazz e arrangiamenti sofisticati con un tocco di ironia. Robert Wyatt e Mike Ratledge emergono come protagonisti, mantenendo la musica originale e coinvolgente. Il disco è apprezzato per l'equilibrio tra originalità e ascoltabilità e rappresenta una pietra miliare nella carriera della band e nella scena di Canterbury.

Tracce testi video

01   Pataphysical Introduction, Part 1 (01:00)

02   A Concise British Alphabet, Part I (00:09)

03   Hibou, Anemone and Bear (05:59)

04   A Concise British Alphabet, Part 2 (00:12)

05   Hullo Der (00:54)

07   Thank You Pierrot Lunaire (00:48)

08   Have You Ever Bean Grean? (01:19)

09   Pataphysical Introduction, Part 2 (00:51)

11   As Long as He Lies Perfectly Still (02:34)

12   Dedicated to You but You Weren't Listening (02:32)

Leggi il testo

13   Fire Engine Passing With Bells Clanging (01:50)

15   Orange Skin Food (01:47)

16   A Door Opens and Closes (01:09)

17   10:30 Returns to the Bedroom (04:14)

Soft Machine

Soft Machine è uno storico gruppo britannico della scena di Canterbury, pionieri del progressive rock e del jazz-rock, conosciuti per le loro sperimentazioni sonore e i frequenti cambi di formazione. Fondati da Daevid Allen, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Robert Wyatt, hanno attraversato psichedelia, avanguardia, jazz, fusion e oltre.
29 Recensioni

Altre recensioni

Di  SALMACIS

 Un manifesto-summa del Jazz-Prog di Canterbury che risponde al nome di Volume 2.

 Le acrobazie vocali di Wyatt costituiscono il tema base dell'intero album, sostenute da grande tecnica musicale e geniale inventiva.