Copertina di Suicide A Way of Life
Carlos

• Voto:

Per appassionati di musica industriale e alternativa, amanti della critica sociale e del nichilismo musicale, ascoltatori di rock sperimentale e sonorità cupe
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LA RECENSIONE

Dire che il suicidio è uno stile di vita non sarebbe sbagliato per gli stoici antichi, che si preparavano quotidianamente a morire.
Ma non sarebbe sbagliato dirlo nemmeno per la nostra civiltà, incapace di qualsiasi riflessione e azione collettiva di fronte alle immani stragi di esseri umani, che si compiono ogni giorno attraverso i più infimi capillari di un sistema malato, corrotto e decrepito, che ci rende in qualche modo tutti "per sempre coinvolti". Un sistema basato sulla predazione e sull’annientamento, mascherati entrambi da uno scarto tra tecnica e immaginazione (prometeico, per dirlo con Anders) sempre più irriducibile.

Non so chi sia disposto a sottoscrivere questo breve autoritratto, ma è così che i Suicide, nei nove quadri di A Way of Life, dipingono la nostra vita d’insieme: una lunga marcia a ritmo industriale, senza accelerazioni né sobbalzi, un’esistenza lineare, monotona, cupa e oppressa.
Nessuno spazio per il pathos di una tragedia individuale o per l’epos di un abisso esistenziale ed (anti)eroico che trovi appiglio in un’emotività autentica. Nessun titanismo faustiano né tanto meno deus ex machina o spiragli di salvezza (ma questi quando mai?).
Il tutto è filtrato attraverso un sound pesante e spesso apocalittico (di sicuro influenzato dalle nuove derive, per l’epoca, della musica industrial) e la forma di un rock ‘n’ roll sintetico, adulterato e alien(at)o, che a tratti richiama più l’Alan Vega solista che i Suicide.
Quale miglior veicolo, infatti, se non il genere musicale più popolare e nazionale, quello che più incarna i semplici sogni adolescenziali della workin’ class e middle class, per rappresentare non solo il dramma e la decadenza, ma la Richmond di un’intera società?

La glaciale e dinamica teatralità espressionista del loro personalissimo connubio tra musica popolare e avanguardia è messa al bando in questo disco. Quando il suicidio non è un semplice atto, ma uno stile di vita, non ci si può permettere di riprodurlo attraverso l’accattivante psicologia che ci fa tanto apprezzare i drammaturghi moderni e contemporanei. Qualsiasi forma di fascino o colore, anche nel male, deve essere immolato sull’altare di una grigia e indifferente disperazione. Per questo, forse, le cronache di A Way of Life sono normalmente ignorate anche dagli amanti del duo.
Qui il loro è uno stile di maniera, artefatto. Tutti i brani descrivono un mondo che non è vita, ma mero simulacro.
Macerie.
E le macerie non trasmettono che il Vuoto.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'A Way of Life' dei Suicide come un'opera che dipinge la società moderna come un sistema corrotto e decrepito, utilizzando sonorità industriali e un rock sintetico. Il disco si caratterizza per un tono apocalittico e privo di qualsiasi speranza o pathos individuale, proponendo il suicidio come uno stile di vita grigio e indifferente. L'ascolto diventa una marcia monotona e senza salvezza, lontana dall'estetica accattivante del passato del duo. Il risultato è un lavoro artistico duro, estremamente nichilista e quasi alienante.

Tracce video

01   Wild in Blue (04:34)

02   Surrender (03:47)

03   Jukebox Baby 96 (03:21)

04   Rain of Ruin (04:00)

05   Suffering in Vain (04:40)

06   Dominic Christ (06:46)

07   Love So Lovely (04:03)

08   Devastation (04:00)

09   Heat Beat (04:12)

Suicide

Suicide è il duo elettronico newyorkese formato da Alan Vega (voce) e Martin Rev (sintetizzatori). Attivi dall’underground dei primi ’70, hanno pubblicato l’omonimo debutto nel 1977, opera cardine del proto/synth‑punk con brani come Ghost Rider, Cheree e Frankie Teardrop. Noti per concerti provocatori e minimali, hanno proseguito con The Second Album (1979), A Way of Life (1988), Why Be Blue? (1992) e American Supreme (2002).
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