Quando le persone, al giorno d'oggi, si chiedono chi siano i The Cure, vengono sparate fuori risposte del tipo: "Non ascolto quella musica di mierda", "troppo vecchi" o anche per esempio "odio il loro cantante" (a me è capitato di avere avuto a che fare con gente che ragionava in questo modo, fidatevi). E poi ci sono quelli che invece per Cure intendono quelli di oggi, che nonostante nei concerti siano ancora spettacolari, suonano canzoni quasi pop ma pur sempre molto orecchiabili, come "Friday I'm In Love", "Picture Of You" o "Close To Me".
Nonostante tutto purtroppo molta gente si è dimenticata del loro contributo nella musica rock internazionale: Dopo avere pubblicato due buoni album con un sound molto post punk che mirava sulla new age inizio anni '80, i The Cure cambiano registro entrando in una corrente di profonda malinconia, di pessimismo e di tristezza (quelli che gli ignoranti di oggi definiscono "emo" e che io non comprendo affatto): nei loro primi lavori degli anni '80 si respira un'aria molto cupa, quasi soffocante, e tutto questo effetto portentoso è ottenuto soprattutto grazie alla tastiera, al suono pesante e netto della batteria, alle distorsioni particolari delle chitarre fino alla voce del carismatico leader Robert Smith, divenuto nei tempi un'icona mondiale insieme al compianto Ian Curtis dei Joy Division. Sebbene non consideri questo "Pornography" il miglior album di questo complesso, ammetto che dopo averlo sentito e risentito fino alla nausea sono arrivato a una conclusione: per me questo è il loro album dark per eccellenza insieme a "Faith" e "Seventy Seconds".
E' l'album dove in assoluto gli strumenti soffrono, il cantante manda degli urli improvvisi di odio come se stesse piangendo e anche il sound è molto pesante e cattivo. Per non parlare poi dei testi che trattano i temi come la morte, gli incubi e (inutile non sottolinearlo) la droga. L'unica pecca dell'album? Canzoni molto simili tra di loro, molti hanno addirittura lo stesso ritmo di batteria e gli stessi accordi, ma nonostante tutto l'interpretazione di ogni singolo pezzo è portentosa, emozionante. Canzoni come "One Hundred Years", "The Hanging Garden" e "A Strange Day" sono delle perle, ideali per deprimersi. Altre tracce stupefacenti di questo album sono "Siamese Twins", lenta e monotona ma di una tristezza inaudita, "Cold" con una massacrante introduzione di batteria fino a un giro di organo assolutamente straziante, ma nel suo genere l'effetto è spettacolare, nonostante si ripeti per tutto il tempo della canzone. L'album termina con la title track, si può dire quasi una canzone strumentale dove gli strumenti sembrano vogliano combattere tra di loro: è uno scontro di voci, di chitarre, di suoni pesanti e un ritmo da "cavalcata" che sembra farsi sempre più forte mano a mano che i minuti passano, fino a quando la voce martellante e sofferente di Smith unisce tutti gli strumenti portando l'ascoltatore nel più profondo delle sue agonie.
Si può amare o odiare, ma dovete capire che qui siamo davanti a un grande cult di questo genere che influenzerà la musica rock degli anni '80, in quegli anni quando l'Heavy Metal e la New Wave appunto diventavano le mode del momento. Grande interpretazione, grande carisma, grande album, anche se come ho detto prima non si tratta del migliore del complesso, ma sicuramente il più dark.
"Questo monumento della musica dark contiene le ansie e le frustrazioni di una generazione che non è la mia, ma che non possono non appartenermi."
"Esordisce dicendo 'It doesn’t matter if we all die'. Si conclude sperando. 'I must fight this sickness, find a cure'."
«Non importa se tutti moriremo. Come il rumore di una tigre che si dibatte nell’acqua, ovunque e ovunque, noi moriamo uno dopo l’altro.»
«Pornography è il delirio, l’apoteosi finale delle voci distorte e incomprensibili, i tamburi e il ritmo, le chitarre che lamentano e la voce che quasi non canta più urlando e recitando una preghiera di vita.»
I The Cure, come forse nessun altro gruppo nella storia, sono riusciti a dar vita in poco più due anni a tre capolavori inarrivabili.
Non si possono commentare con semplici parole perché non sono ancora stati inventati sostantivi e aggettivi giusti per farlo.
L'attacco di "One Hundred Years" è un incubo metropolitano, ogni strumento lascia solchi che fanno male.
Il disco finisce entrando nella storia della musica in modo sinistro e ossessivo.
Il capolavoro della prima generazione dark.
Un lugubre viaggio di 43 minuti nell’alienante paesaggio che è la mente di Robert Smith.