Ho fatto anche fatica ad aprire internet questo pomeriggio; connessione peggiore del solito.

Come se un qualcuno dall'alto mi volesse impedire di parlar male del nuovo disco del Sindacato.

Ebbene si amici et colleghi debaseriani: questa sarà una sacrosanta stroncatura. Ed ho fatto una fatica terribile ad arrivare a tanto; ma purtroppo è così.

Ho provato ad ascoltare il lavoro molte volte, cosa del tutto atipica per quanto mi riguarda perchè sono da sempre abituato a fidarmi del mio istinto musicale, scrivendo di getto le recensioni. Come è successo, qualcuno spero si ricordi della mia pagina, con These Times album dei Dream Syndicate pubblicato nel 2019: resoconto scritto in una manciata di minuti, mentre ascoltavo per la prima volta le singole canzoni. Anzi ricordo benissimo di non essere nemmeno arrivato al termine. Ero troppo sicuro di quel suono così conosciuto, così riconoscibile e sono andato via spedito, senza ostacoli, come un fiume in piena.

Con The Universe Inside siamo agli antipodi.

Molti ascolti, con la massima attenzione senza farmi distrarre da nulla. Di giorno, in automobile, con le cuffie in casa di notte; cercando un minimo appiglio, un passaggio convincente da cui tentare di risalire la china, tentare una via d'uscita. Ma non c'è stata possibilità alcuna.

E sono davvero mortificato, in qualche modo amareggiato. Non potevo mentire a me stesso parlando comunque bene del disco.

Da quasi quarant'anni seguo Steve Wynn, mi vengono i brividi credetemi a digitare il suo nome perchè lo amo follemente, in tutte le sue molteplici scorribande musicali. Decine e decine di lavori che appartengono al mio intelletto, al mio animo, che ho tatuato nel cuore, nel profondo dell'animo. Visto dal vivo in almeno sei occasioni, con tanto di autografi, di strette di mano, di sentiti ringraziamenti per quanto il ragazzo di Los Angeles è riuscito a trasmettere e a donare al ragazzo di Domodossola. Emozioni totali, uniche; chi come me ama la Musica capirà benissimo.

In rete ho letto recensioni in massima parte positive; che ovviamente rispetto ma non capisco. Perchè il nuovo album dei Dream Syndicate a pare mio non è un disco dei Dream Syndicate.

Ok d'accordo...ormai Steve, Mark, e Dennis sono dei navigati sessantenni che non devono nulla dimostrare. Ed hanno così deciso di scrivere un album registrato sembrerebbe in un unica nottata, in presa diretta, senza sovraincisioni (a parte la voce di Steve in molti passaggi carica di effetti). Con l'apporto di Jason Victor alla chitarra e dell'amico fraterno Chris Cacavas alle tastiere.

E veniamo al nocciolo della questione, alla cosa che a parer mio manca in maniera più netta nel lavoro. Mi riferisco alle violente rasoiate, ai fendenti da KO che Jason ha saputo regalare al suono del Sindacato nel momento della loro rinascita avvenuta nel 2012. Un perenne e continuo uso del distorsore, con un suono della sei corde acidissimo, che dal vivo assume proporzioni da capogiro; sempre coadiuvato in questo folle lavoro dall'altrettanto veemenza esecutiva dello stesso Steve.

The Universe Inside si compone di soli cinque canzoni per una durata complessiva che sfiora l'ora piena.

Il primo brano The Regulator supera i venti minuti; un senso di noia profonda nell'ascolto del brano. Mai avrei pensato di associare la parola noia ad un qualcosa scritto dall'amico Steve. Ma come ho già detto non posso mentire a me stesso, non posso non tener conto delle mie sensazioni avvertite fin dal primo ascolto. Degli altri brani non ricordo nemmeno il titolo: altro campanello di personale allarme per quanto riguarda il gradimento. Certo potrei leggere i titoli sul CD in mio possesso ma siamo al punto di partenza: mentire, non tener conto delle mie avverse sensazioni.

Album spiazzante, difficilissimo per me. Improvvisato, libero da schemi, molto free...ma terribilmente tedioso.

Ci ho messo anche troppo a decidere di stroncarlo...ma avevo sperato in un miraggio lontano, a questo punto dello scritto insperabile

Ed allora mi tengo molto ben stretto gli episodi epocali dei nostri; i lavori degli anni ottanta, "I giorni del Vino e delle Rose" in primis. E quel live, quel doppio live che a parer mio è il più grande disco mai registrato di un concerto...That’s What You Always Say...

Però io a Steve vorrò sempre bene; ed al prossimo concerto, sempre se ci sarà occasione, gli mostrerò la mia abituale maglietta dei Primus chiedendogli se gli piacciono. E lui, sono sicuro, mi risponderà come già fatto in precedenza "I don't like Primus"...ma non importa!!!

Ad Maiora.

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