"Ho affrontato a lungo le onde
ricci canuti, profondi abissi.
Non incontrai mai certo porto
perché amai troppo i riflessi
dell'acqua umida di vento.
Vago sui legni stando assorto.
Scorgo un albatro, ne conto cento.
L'ora più bella é al di là dei nessi
che stipo sottocoperta. Contento
mangio alghe di oscure fronde"
Prospero: A voi che avete fatto parte della mia magia, a voi spiriti che lavoraste per me, a voi che avete fatto piangere il cielo, a voi che avete respirato al ritmo della libidine, a voi che avete incarnato i canti degli uomini incatenati dai negrieri in un turbine di buon ascolto jazz, andate adesso, porterò la mia arte magica alla fine, solo una cosa per dirvi addio un pò di musica celestiale e dopo di che infrangerò i miei paramenti e li seppellirò nel cuore dell'Ade. E poi ancora affogherò il mio libro magico.
Ariel: Che l'arte e le idee fioriscano con lettere avulse di cellophane e colori.
"Odessey And Oracle" è l'album più sfortunato e "fantozziano" in assoluto che una casa potesse produrre. Non so se per una strategia di marketing o per un semplice e banale errore questo anatroccolo ossessionato dal denaro e imprigionato nella gabbia della frettolosità non divenne quel cigno che in realtà è con tutti i suoi crismi e i suoi pregi. Suggerisco di ascoltarlo nella versione primitiva ma quella per i quarant'anni è veramente interessante. A parte tutto questo è facile non annoiarsi.
Se negli anni sessanta è esistita un'alternativa al mainstream pop dei Beatles e dei Beach Boys, questa è certamente da ricercarsi nei solchi di questo misconosciuto capolavoro degli inglesi Zombies.
Forse l'accostamento che maggiormente evoca "Odessey And Oracle" è quello con "Forever Changes" dei Love.
Col loro pop zuccherino e sballoso come certi liquorini della nonna.
Scioglieva gli affanni e aiutava a raggiungere quello stato in cui è massima la nostra intimità col mondo e con le cose.