10.000 Days regge il paragone con due dei tre precedenti album dei Tool: i capolavori 'Ænima' e 'Lateralus', risalenti rispettivamente al 1996 e al 2001.
La premessa ha lo scopo di rassicurare i numerosi e devotissimi fan del quartetto statunitense guidato dal carismatico cantante Maynard James Keenan. Le oniriche nenie metal dei Tool hanno infatti dato vita ad un culto sotterraneo che, in termini meramente commerciali, quasi si scontra con gli oltre dieci milioni di copie vendute da Keenan & Soci nel corso degli anni. Le undici tracce di 10.000 Days, pur sfiorando nel complesso gli ottanta minuti, sono quanto di più vitale e dinamico si possa trovare nella musica rock odierna.
L’iniziale "Vicarious", scelta dai Tool come primo singolo, grazie all’inconfondibile chitarra di Adam Jones e all’impeccabile sezione ritmica affidata al basso di Justin Chancellor e alla batteria di Danny Carey esibisce immediatamente i migliori numeri del repertorio. La successiva "Jambi" per altri sette minuti tiene altissimo il muro sonoro ed emotivo eretto poco prima, nonostante un riff di chitarra meno brillante del solito. "Wings For Marie (Part 1)", insieme all’altro brano "Intension", è uno dei rarissimi momenti di irreale quiete che l’ipnotica voce di Maynard ci concede. "Lost Keys" fa da suggestiva ouverture alla successiva devastazione offerta da "Rosetta Stoned", riproponendo in tal modo il binomio "Parabol/Parabola" già visto nel precedente 'Lateralus'.
La quinta traccia "The Pot" e la penultima "Right In Two" sono gli ultimi due episodi meritevoli di menzione. A completare l’album mancano all’appello i canti indiani (?) di "Lipan Conjuring", la prevedibile suite di "10.000 Days (Wings Part 2)" e i cinque minuti di incomprensibili rumori della conclusiva "Viginti Tres".
L’unico appunto che si potrebbe muovere ai Tool è forse un’eccessiva consapevolezza dei propri mezzi. In altre parole: mestiere. Trattandosi però di una delle migliori band attualmente in circolazione ben venga una certa presunzione di fondo, dal momento che i risultati ottenuti fanno pensare in più di un passaggio ad un’altra parola: capolavoro.
Lo artwork è qualcosa di strepitoso, niente del genere era mai stato fatto.
Un album che era da me atteso da 5 anni e sono stati pienamente ripagati dall'ennesimo CAPOLAVORO!!!
Il ritmo procede regolare e asettico, regolare anche nell’irregolarità. Un cuore finto, non uno spasmo, non un sobbalzo, non un salto nel buio.
Il disco scorre senza nulla significare, lasciando solo la bava alla bocca di chi attendeva qualcosa di succoso.
Un album da leccarsi i baffi e da ascoltare miliardi e miliardi di volte dall'inizio alla fine.
Se vi piace ascoltare la stessa musica, scegliete altri gruppi; i Tool invece cambiano e sorprendono sempre.
I canoni tooliani non si sono alterati in modo vistoso: la tecnica, l'ispirazione e la necessità di espressione sono ancora presenti.
Uno dei migliori album degli ultimi 5 anni, superiore a tutta la musica degli ultimi 5 anni per ispirazione, intelligenza musicale e emotività.
10.000 Days appartiene, grazie al cielo, a quella categoria di dischi che anche dopo molteplici ascolti mantengono intatto il loro mistero e fascino.
Maynard spicca, come sempre, in ciascuna composizione: è la lanterna che conduce alla uscita nelle oscure e lunghe partiture dei Tool.