Un brivido lungo la schiena, accompagnato dal fenomeno comunemente noto come pelle d'oca. È ciò che ho provato ascoltando Second Toughest in the Infants, quarto album degli Underworld pubblicato nell’ormai lontano 1996, a tre anni di distanza dal fulminante Dubnobasswithmyheadman. Lo scorrere del tempo, tuttavia, sembra non avere intaccato la bellezza di questa gemma sonora, una delle manifestazioni più riuscite della club culture e dell’elettronica dell’ultimo trentennio.

Il terzetto inglese, dimenticati i trascorsi synth-pop dopo l’arrivo di Darren Emerson, cercava di interpretare le emozioni della tribù danzante degli anni Novanta, desiderosa di libertà dopo il crollo dell'URSS e la caduta di ogni divisione tra Oriente e Occidente. In quel contesto le intuizioni della band si condensavano in un mix di techno, trance e progressive-house alternato a brani più sospesi, una ricetta che trovava in Dubnobasswithmyheadman un equilibrio perfetto, difficilmente ripetibile.

Cosa fare dunque se non spingersi oltre, accentuando il lato sperimentale del progetto e inglobando elementi provenienti dalla drum and bass, dal breakbeat e da quei generi che, nati dal calderone rave d'inizio decennio, stavano inevitabilmente condizionando l'evoluzione del suono elettronico? Detto fatto.

Second Toughest in the Infants (titolo nato da una risposta del nipote di Rick Smith a una domanda relativa ai suoi progressi scolastici) viene registrato nel 1995 e dato alle stampe nel marzo dell’anno successivo. Pochi mesi dopo uscirà il cult-movie Trainspotting, diretto dal giovane Danny Boyle e accompagnato da una colonna sonora di tutto rispetto. Nella tracklist spicca l’epica “Born Slippy”, dove la techno-trance e le salmodie di Karl Hyde raggiungono notevoli picchi emotivi grazie a quell’alternanza tra momenti angelici e infernali che da sempre costituisce il marchio di fabbrica del gruppo.

Con “Born Slippy” gli Underworld ottengono il meritato successo e per l’occasione verrà preparata una ristampa di Second Toughest in the Infants contenente la versione Nuxx del pezzo e la splendida “Rez”, quasi a voler aggiungere ulteriore qualità a un lavoro maestoso, a dir poco eccellente.

Le otto tracce del disco segnano quindi un’evoluzione dal punto di vista del sound, che in Second Toughest... risulta più ovattato, stratificato, a tratti monolitico. Ad aprire le danze (in tutti i sensi) ci pensa “Juanita : Kiteless : To Dream Of Love”, una suite di sedici minuti in cui techno, progressive-house e ambient si fondono in maniera sorprendente. Le infinite modulazioni della voce di Karl Hyde accompagnano i tre movimenti del brano, capace di sprofondarci in un abisso o librarci nell’aria, tra ritmi ossessivi e riverberi che sfumano nel nulla. Difficile interpretare il senso delle parole, una carrellata di immagini, echi e memorie che rende la proposta degli Underworld ancora più evanescente e suggestiva (There is a sound on the other side of this wall/A bird is singing on the other side of this glass/Footsteps/Concealed/Silence is preserving a voice”).

Le due parti di “Banstyle / Sappy’s Curry” ribadiscono l’inclinazione per i tempi lunghi e dilatati, tuttavia il mood diviene più rilassato e si passa da una morbida drum and bass a un trip-hop atmosferico, dominato da chitarre e tastiere evocative. La voglia di aprirsi a nuovi orizzonti musicali emerge con prepotenza in “Pearl’s Girl”, una traccia caratterizzata da drum “spezzate”, voci campionate e suoni magmatici. Particolarmente evocativo il testo, incentrato su una notte trascorsa ad Amburgo al club Rioja, tra ottimo soul (“Rioja Rioja, Reverend Al Green”), visioni offuscate e ricordi che affiorano come barche sul fiume Elba.

Nel mezzo troviamo altri momenti emozionanti, impossibili da dimenticare: le sottili variazioni di “Confusion the Waitress”, dove Karl Hyde accenna ai dubbi e alle ansie che una donna prova per il proprio partner (“She said you can say anything you need/She said you can be anywhere you feel/She said just pick up the phone”); l’acid-techno di “Rowla”, capace di mutuare l’introduzione eterea in un brano scatenato, perfetto per un party di fine millennio; il crescendo di “Air Towel”, a tratti irresistibile.

In “Blueski” un sample di chitarra distorta ci proietta in un interludio ipnotico, dal sapore minimalista. Siamo nella fase “chill-out”, la festa è finita ed è rimasto solo il tempo per barcollare tra le strade di Londra prima di raggiungere casa, come avviene nella splendida “Stagger” (Scratches on paper pissed in a tubehole straighten/Smelling of deep-fried beans and whispering your name/Tubehole wind in my face thunder in gentle distance/Reactor, reactor, do you mind straighten?”).

Silenzio, cala il sipario e numerose impressioni affollano la nostra mente, mentre siamo impegnati (si fa per dire) a contemplare il vuoto cosmico. Siamo di fronte a un’opera che non è azzardato definire un concept-album, capace di interpretare lo spirito della club culture e di quegli anni Novanta che vedevano l’esplosione della dance music in tutti i suoi molteplici aspetti.

Certo, alcuni potrebbero preferire la perfezione formale di Dubnobasswithmyheadman o del magnifico Beaucoup Fish. È oggettivamente difficile stabilire quale sia il disco migliore della band britannica, eppure ogni volta che ascolto Second Toughest in the Infants provo le medesime sensazioni: quel brivido lungo schiena e poi la pelle d’oca che ho descritto all’inizio, fenomeni inspiegabili provocati dai flussi sonori di un lavoro stratosferico, vero e proprio classico fuori dal tempo.

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