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Wishbone Ash
New England

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Voto:

Il titolo di questo settimo album di carriera datato 1976 dei Wishbone Ash si riferisce alla loro decisione di lasciare la patria Inghilterra, sorvolare l’Atlantico e stabilirsi in Connecticut (uno degli stati USA del New England, appunto), su suggerimento dei loro manager ed amministratori, i quali intendevano rispettivamente favorire la penetrazione del gruppo sul pingue mercato USA ed evitargli la fortissima tassazione inglese.

Delusi dall’esperienza dell’album precedente “Locked In”, che li aveva visti mettersi nelle mani del produttore Tom Dowd e sbiadire, dando retta a lui, tutte le loro migliori caratteristiche (le due chitarre soliste in armonia, la grinta, le voci in armonia decentemente prodotte, le sfumature folk e progressive) i Wishbone preparano bene il nuovo repertorio e cercano di tornare a fare ciò che a loro compete: sano e solido rock melodico spruzzato di blues, di folk e di progressive.

Tre le eccellenze fra i nove brani presenti: la seconda traccia “(In All of My Dreams) You Rescue Me” lì per lì non fa particolare impressione… è un lento atmosferico con le chitarre tranquille in arpeggio e la voce non certo portentosa del bassista Martin Turner a declamare la classica ode alla tipa capace di salvargli (rescue) l’anima. Poi però si zittisce, arrivano le due chitarre in armonia e comincia un’altra canzone, strepitosa. Qui si evince in pieno come i Wishbone siano stati, siano e sempre saranno i migliori interpreti della soluzione a doppia chitarra solista in ambito rock. La tessitura di melodie e relative armonizzazioni qui è di primissimo ordine, un peccato che la cosa sfumi in un frastuono di cicale (?) dopo sei minuti abbondanti… avrebbe meritato di andare avanti ad libitum per quanto mi riguarda, senza il cicaleccio e con ancora altre, ispirate schitarrate.

Il quarto brano in scaletta “Lorelei” si regge su un bel groove trovato dal batterista Steve Upton, ma soprattutto da Turner che disegna uno di quei giri di basso che costituiranno per sempre fonte di invidia e ammirazione per tutti i suoi colleghi. Insieme allo sferragliare vagamente funky della chitarra di Andy Powell e i contrappunti vivaci e brillantissimi del collega Laurie Wisefield, l’episodio appare perfetto, personale e incisivo. Infatti dal vivo la eseguiranno per decenni.

L’ottavo episodio “Lonely Island”, similmente a “You Rescue Me”, si eleva parecchio di qualità proprio al momento dell’assolo. Nulla di ciò che si ascolta prima, in termini di tenui accordi un poco blues e assorto vocalismo, vale il perentorio ingresso in solo della chitarra di Wisefield, che dal nulla disegna una frase stupenda per poi divagare, passarsi un paio di volte il testimone con l’altra chitarra di Powell, lasciar cantare ancora una strofa al bassista e infine concludere in piena atmosfera.

Per il resto, l’incipit “Mother of Pearl” è un rock blues sviluppato intorno ad un arcigno, strascicato riff di Wisefield; “Runaway” un hard rock blues cadenzato alla Led Zeppelin che però, con Upton invece di John Bonham e Wisefield piuttosto che Robert Plant, non è proprio cosa; “Outward Bound” è uno strumentale soprassedibile, con le due soliste in armonia che qui e là ricordano gli ispiratori Allman Brothers; “Prelude” è uno di quei deliziosi, brevi siparietti semiacustici che tanto bene avevano infestato i primi lavori, in particolare “Pilgrimage” ed “Argus”: “When You Know Love” è un altro lento con la voce barbosa di Turner a dispiegarsi brevemente, per poi fare largo posto alle due chitarre e ai loro giochetti in alternanza o in connubio; “Candlelight” ad epilogo è un breve duetto fra i due chitarristi: Powell all’acustica a tessere arpeggi in minore, Wisefield all’elettrica eterea e coi toni chiusi a vagabondare sulla tastiera.

Costituendo un notevole passo avanti rispetto ai deboli ultimi album precedenti, “New England” segna una buona riscossa dei Wishbone. Merita quattro stellette piene, e un tenero ricordo personale dei miei anni di gioventù, quando lo ascoltavo continuamente in cassetta sulla vecchia Mercedes del mio compianto amico Roberto, l’altro chitarrista del mio gruppo, mentre andavamo alle prove nella sua casa di campagna, dove ci sforzavamo anche noi di far lavorare le due chitarre soliste in armonia come sapevano, e sanno, così ben fare questi Wishbone Ash.

Commenti (Cinque)

Penny
Penny
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Gran disco, bella la recensione


ElPibeDeOro
ElPibeDeOro
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Bene bene, vedo chensi parla di abbondanti schitarrate. Corro ad ascoltare.


macmaranza
macmaranza
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Me li hai fatti riscoprire, visto che li avevo dimenticati. Bello questo, ma "Argus" è più meglio!


pi-airot
pi-airot
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Sono più che d'accordo con le tue considerazioni! In più: che significato daresti all'ermeticissima copertina? Mi ha sempre inquietato


pier_paolo_farina: Mah, in quegli anni i Wishbone si facevano fare le copertine dallo studio Hipgnosis. Lo stesso di Pink Floyd, Led Zeppelin, Peter Gabriel, Ac Dc, ecc... Solo che sembra che a loro lo studio desse gli scartini in fondo ai cassetti dell'uffucio! Patchwork di foto dei musicisti ritagliate alla meglio come in un album di famiglia, disegni e macchie di colore oppure bianchi e neri un po' da fatto in casa... Chissà, forse si accontentavano di poco oppure il budget era risicato. La classe di una copertina a livello di "Argus" la si è rivista solo recentemente (in Blue Horizon" ad esempio).
pier_paolo_farina: Riguardo lo specifico di questa copertina, il suo bianco e nero mi ricorda "The Lamb..." dei Genesis. In quanto al suo significato... non sono proprio in grado di immaginare nulla, d'altronde io ho quel tipo di razionalità e concretezza che mi lascia ad esempio quanto meno insensibile, se non ironicamente indispettito, davanti a cose come i tagli di Fontana, le lattine di Warhol, la ruota di bicicletta su sgabello di Deschamp, "Revolution 9" di Lennon, "Metal Machine Music" di Lou Reed, gli sbrodolamenti di Pollock ecc. ecc.
IlConte
IlConte
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Enciclopedia PPF (cit)


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