Nel 1977 "Let There Be Rock" e il successivo live tratto dalla prima tournèe mondiale e poi "If You Want Blood, You've Got It", fanno parlare di loro un po' dappertutto e si comincia a fare confusione, li si prende per punk, li si definisce grezzi, maleducati. Ma più la stampa specializzata si dà da fare per smontare il fenomeno più gli AC/DC crescono a dismisura. Si parla di rock adolescienziale, di momentaneo successo dovuto e legato all'immagine. Niente di più sbagliato. Dietro alle chiacchere ci sono cinque musicisti tecnicamente preparati che sanno suonare per puro piacere.

Le loro composizioni sono semplici giri armonici costruiti sulla struttura classica del rock'n'roll, ma impreziosite da anni e anni di studio delle proprie radici. I loro testi trattano il disagio giovanile senza cadere in trappole modaiole o artefatte. Quella che colpisce della loro musica è la semplicità, la forza bruta di un assolo di chitarra lanciato a dovere, una voce incredibilmente bella e potente e una sezione ritmica ordinata e pulita. Il leader è Angus Young. La chitarra sembra bruciargli tra le mani mentre il suo dondolarsi pazzamente sul palco in tipica divisa da college inglese diventa con gli anni uno spettacolo nello spettacolo; Malcom Young se ne sta in disparte con la sua Gibson Les Paul, compone e dirige ritmicamente le follie del fratellino.
Il cantante Bon Scott possiede una voce alla Robert Plant, acuta e stridula, ma mai sopra le righe, capace di innalzarsi ad assoluta protagonista ma subito pronta a defilarsi. E' lui la spalla ideale di Angus, vero termine ricettivo di quelle pulsazioni nervose. Nel 1980 morirà sul palco durante un concerto per colpa di una scarica elettrica del suo microfono e gli AC/DC perderanno con lui gran parte della loro carica istintiva.

Nel 1979, mentre la new wave cerca di mettere ordine nell'anarchia lasciata dal punk, i nostri arrivano in una Londra sonnolenta,dove un giovane non può fare altro se non cantare in una rock'n'roll band. Angus e i suoi non si fanno certo pregare e, con o senza l'approvazione di Mr.Jagger, prendono per oro colato le sue parole suonando per una settimana intera in un Hammersmith stracolmo di giovani. Di giorno invece si chiudono in sala d'incisone nei mitici Rondhouse Studios, dove danno vita al loro album-manifesto:il pluripremiato Highway to hell, lavoro cruciale  perchè registrato per la prima volta fuori dai confini australiani, in uno degli studios più famosi del mondo. In questo clima di conflitto tra la stampa specializzata e il pubblico dei concerti risalta il sound della band, che rappresenta alla fine dei 70 quanto di più moderno il più vecchio hard rock è in grado di proporre. Le chitarre non vengono compresse cosicchè loro energia possa essere liberata.
Sotto il profilo compositivo inoltre, il gruppo si sforza in tutti i modi di andare oltre la tradizione cercando più varianti possibili ai vecchi schemi musicali. Highway to hell si apre con la title-track ed è subito grande musica: un classico rock'n'roll in cui le pennate di Malcom disegnano un riff accattivante e nervoso. La batteria di Phil Rudd accompagna senza anticipare e la voce di Scott è bilanciata benissimo senza perdere la sua potenza. Quando parte il ritornello se chiudiamo gli occhi possiamo immaginare migliaia di braccia alzate. L'assolo è sferzante ed efficacissimo ma abbiamo appena girato la chiave dell'accensione. I versi sono insolitamente sciolti pur trattando argomenti importanti che mettono in evidenza il lato nascosto della vita, quello che porta a bruciare velocemente le tappe verso un ignoto destino: meglio un inferno vivo e scoppiettante che un paradiso scontato, noioso con troppa luce. Si prosegue con Girls got Rhythm che resta sui binari collaudati del rock senza tempo, certamente potente ma mai assillante, con spazi per interventi strumentali apprezzabili e per una buona costruzione ritmica.Qualche secondo di silenzio per l'apertura di Walk all over you, blues elettrico e sontuoso, tutto giocato sulle due chitarre dei fratelli Young, ritmica e solista si intrecciano a piacere reggendo i fili del pezzo. Il lento incidere del blues crea atmosfere calde e sensuali sulle quali si adagiano i versi interpretati da Scott con trasporto a trattare uno dei temi classici dell'immaginario rock: il sesso come fuga quotidiana dalla realtà. Touch too much è il classico brano da apertura di concerto, vero esercizio di stile e potenza: intro, frase, coro, assolo, frase. Tutto senza sosta tutto perfetto. La prima facciata si chiude con Beating around the bush.

Il secondo lato si apre ancora con elettricità pura che fuoriesce liberamente dagli altoparlanti: Shot down in flames è bollente e precisa e la succesiva Get it hot non è da meno. Con If you want blood... il discorso si amplia inevitabilmente il brano, veloce e ben costruito, ha una melodia di fondo piacevolissima a testimonianza che i fratelli Young sanno scrivere canzoni in modo pregevole. Love hungry man è quasi melodica, con uno di quei brani maledetti che se li becchi in macchina rischi di sbandare. Ma non è finita. C'è ancora tempo per un altro blues che chiude il lavoro con un feedback lancinante: Night Prowler. L'esame è superato, la pulizia dei tecnici inglesi poco ha potuto contro la voglia dei cinque ragazzi australiani, i critici di mezzo mondo continueranno a storcere il naso per partito preso, ma loro andranno avanti sulla loro autostrada verso l'inferno, un inferno che li raggiungerà l'anno dopo, quando Bon Scott cadrà fulminato sul palco, eroe povero e immortale per una musica senza tempo, mai uguale a prima, ma più uguale dopo.                                                                                                                                  

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