I Black Sabbath sono un gruppo che tutti conoscono in un verso o nell'altro, anche solo di nome; in passato ammetto di averli snobbati un po', ma ormai da tempo ne riconosco il valore e apprezzo tutte le loro fasi. Nella fattispecie oggi in esame è uno dei loro dischi a cui sono più affezionato; se sarei troppo scontato a dire che "Paranoid" o "Black Sabbath" siano i miei preferiti e me la tirerei troppo a mettere sul podio "Heaven and Hell" o "Vol. 4", non si corrono rischi a parlare bene di "Sabbath Bloody Sabbath" o - appunto - "Master of Reality". "Master of Reality" è il disco che consacra i Nostri in mezzo tra allucinazione e esoterismo, tra l'essere il padri dell'heavy metal e i padri dello stoner rock, con un occhio (per come la vedo io e una buona fetta di critica) rivolto molto più all'anima proto-heavy doom che a quella più grungettara.
È però un pezzo 100% sballone ad aprire questo capolavoro: la dolce foglia - "Sweet Leaf" - ha un riff settantiano super orecchiabile e un Ozzy che adatta il suo timbro a urla dilaniate e allucinate. Si cambia registro con "After forever", brano dal testo molto carico che critica con asprezza i materialisti e chi si sente furbo a negare con forza ogni fede. L'amore per Dio - ammonisce il Madman - è l'unica via di salvezza. La breve e gradevole "Embryo" trascina alla cavalcata "Children of the Grave", un brano oscuro come pochi che con il suo groove - anche se regge un po' male il minutaggio elevato - trascina l'ascoltatore in un vortice per cui c'è un solo aggettivo: sabbathiano. La carica è feroce, gli Iron Maiden faranno loro queste dinamiche che forse possono essere considerato antenate del galopping harrisoniano. Sublime "Orchid" mentre "Lord of this World" è banale e noiosetta: si salva per un bell'assolo finale. A chiudere è però una doppietta senza precedenti: "Solitude" è una ballata tristissima che farà scuola nella decade successiva, mentre "Into the Void" è un macigno pesante cme ghisa il cui riff, mi sa, è passato parecchio negli sterei di Kerry King e soci negli Slayer.
Questo disco è la terza prova riuscita da parte del gruppo inglese; la nube di fumo e zolfo che stavano calando sul mondo del rock era arrivata per restare e infatti sarebbe restata a lungo: si chiama heavy metal e ancora appesta il mondo. Tra brani sguaiati ("Sweet Leaf"), messe funebri ("Children of the Grave"), momento acustici ("Solitude") e macigni di pesantezza inaudita ("Into the Void"), questo disco è vario e organico ma molto compatto e con un'economia ben calibrata. Specifico che i Black Sabbath sono da definire pesanti non nel senso tipico del termine: la loro non è ferocia o cattiveria di quella che troviamo nei Kreator o nei Morbid Angel. Parliamo della sensazione, quando partono certi riff, che ti stia cadendo un masso di pietra addosso.
Se è quasi impossibile dire quale sia il miglior disco dei Black Sabbath, questo è sicuramente un ottimo candidato: un disco maturo ma ancora pieno di idee, con una band in grande spolvero. "When you think about death, do you lose your breathe, or do you keep your cool?". Voto: 95/100.
Master of Reality esalta il lato più profondo e pesante della band di Ozzy Osbourne ma nel contempo propone una grand’abilità nel tessere trame più delicate ed intimiste.
"Children of the Grave" è uno dei pochissimi brani che saranno riproposti da tutte le future formazioni assunte dal combo inglese.
La prima canzone è Sweet Leaf, canzone con un giro di guitar che ti entra in testa, senza scordarlo mai... quasi peggio delle canzoni dell'estate...
Children of the Grave... è stupenda, cioè mica si può recensire tutto...
"Sweet Leaf è un inno di lode alla marijuana, con uno strumentale ignorante di gusto quasi grunge."
"'Children Of The Grave' è un’immensa, potentissima cavalcata che impone agli adulti la pace nel mondo."