La Vedova Nera tesse la sua tela nell'oscurità.

Fili sottili come sentieri d'argento, sulla strada dell'incubo. Semplici linee di chitarra acustica, fiati e hammond, invitanti e accattivanti: le segui perché troppo forte è la voglia di scoprire cosa giace al centro della ragnatela. Lì ti aspetta una voce seducente e gentile, che ti prende per mano per guidarti in un posto che, ti promette, sarà caldo e sicuro. È solo quando il ragno spalanca le fauci che scopri che quel posto è l'inferno.

La musica dei Black Widow è un quadro fatto di pochi solchi di matita nera, leggera e sfumata, dove prendono forma figure magiche e ancestrali, residui di un tempo e di un luogo che, forse, non sono mai esistiti.
È un viaggio fra le distorsioni oniriche del creatore e mentore, Jim Gannon, giovane chitarrista di Leicester che, intorno alla seconda metà degli anni '60, riesce a raccogliere attorno a sé un gruppo di musicisti in grado di sublimare in suono il suo interesse quasi maniacale per le tematiche occulte, il mistero e, inutile nasconderlo, il satanismo.

"Sacrifice", pubblicato nel 1970, a soli pochi mesi dal debutto discografico dei Black Sabbath, è forse il più bello dei suoi incubi, il più vivido dei suoi affreschi decadenti. Gli fanno da sfondo le melodie di Clive Jones (flauto, sax e clarinetto) e Zoot Taylor (hammond e pianoforte), visionarie e avvolgenti. Ora soffici e impalpabili come baffi di nebbia, ora dense e soffocanti come fornaci, sono il volto più prettamente progressivo del sound Black Widow: colpi di pennello che non definiscono i contorni, ma, anzi, li confondono e li stravolgono, riccioli di suoni e note talora dal sapore quasi "liturgico" ("Sacrifice"), geniali nel concedersi divagazioni strumentali talora anche languide e solari, di frippiana memoria, come sfondo a incubi e demoniache apparizioni ("Seduction").

In primo piano c'è un elfo maligno che danza intorno al fuoco. È la voce di Kip Trevor, la più insidiosa delle trappole che la ragnatela nasconde. Fiera, ma cordiale, sembra voler raccontare di un sogno rimastogli negli occhi, di una storia non ancora fuggitagli dalla testa... Quasi inorridisci nel scoprirlo a cantare di civiltà perdute, di antiche Babilonie ("In Ancient Days"), di demoni e uomini al loro servizio, di rituali che si perdono nelle nebbie del tempo, e di dita insozzate di sangue...
Ti sembra di vederlo, il circolo di anime che si tengono per mano. Le vedi danzare rapite su quella che sembra essere poco più di una filastrocca ("Come To The Sabbat"), le segui tra campi e foreste illuminate dalla luce della luna, ti lasci ipnotizzare dal palpitare di tamburi primordiali. E poi tutto tace. Finché le anime si voltano a guardarti, ti chiamano ("come, come, come to the sabbat... satan's there"), si fanno insistenti, allucinate, il cerchio si fa spirale, vortice che trascina verso il basso... e il sacrifico comincia.

La bellezza di "Sacrifice" sta tutta nei chiaroscuri, nei contrasti. Nella capacità di evocare immagini vivide, di stupire l'ascoltatore con intuizioni geniali, veri e propri coupe de theatre, in una sorta di "latente malvagità" che sembra pervadere una musica che, di per sé, si direbbe innocua. Forse non all'altezza dei tanti capolavori del periodo, né per originalità del sound, né per gusto della sperimentazione, rimane una piccola gemma nera di folk rock, dalle intense venature progressive, col merito di aver tentato (aprendo la strada a tanti gruppi che ancora oggi vi si cimentano), di dare una veste sonora all'occulto, alle visioni e all'incubo. È musica che tenta di colpire alle spalle l'ascoltatore: ingannandolo con la propria immediatezza, con la pacatezza dei toni e delle sonorità, salvo poi stravolgerne le certezze, qualora ci si spinga oltre le note.

È una fiaba nera che in pochi conoscono: semplice e dal lieto fine incerto... e, forse proprio per questo, ancora più bella da ascoltare.

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