Copertina di Butthole Surfers Locust Abortion Technician
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Per appassionati di musica alternativa, amanti del rock sperimentale, cultori del blues-metal parodico e ascoltatori curiosi di sonorità estreme
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LA RECENSIONE

Il terzo LP dei Surfisti del Buco di Culo è dedicato alla più sfrontata, divertente, creativa e fuori di zucca parodia del blues-metal. Il brano iniziale, una semi-cover dei Black Sabbath (la celebre "Sweet Leaf" trasformata per l'occasione in "Sweat Loaf") si apre con un commovente dialogo tra padre e figlio:

Daddy, what does regret mean?
Well son, the funny thing about regret is
That it's better to regret something you have done,
Than to regret something you haven't done.
And by the way, if you see your mom this weekend,
Could you be sure and tell her SATAN SATAN SATAN!!!!

Ah ah ah ah, ehm. A dire il vero la cover dei Black Sabbath non è niente di sconvolgente ma passata quella, che allucinante accozzaglia di blasfemie!
Dietro una splendida immagine di copertina si cela un disco meglio prodotto e allo stesso tempo più divertente e accessibile dei precedenti. Un feroce, schizofrenico capolavoro.

Su undici brani, l'unico che si avvicina a una canzone normale è "Human Cannonball", un rock'n'roll melodico dal retrogusto anni '70, veramente figo. Per il resto questa banda di pazzi si lancia senza indugio nelle follie più sfrenate. Sono clown assassini: divertenti ma micidiali, più vicini al mostro di "It" che a veri pagliacci da circo. Violentano la musica senza ritegno e lo fanno con una serietà impressionante, godono nello scaraventare bombe incendiarie e palate di sterco fumante sull'ignaro ascoltatore. Dall'inizio alla fine non sbagliano un colpo, sia che alzino muraglie di rumore insopportabile, sia che deturpino indecentemente musica orientale (vedi "Kuntz").

In "U. S. S. A. " una demenziale voce in falsetto ripete ossessivamente la sigla per tutta la durata del brano. In "The O-Men" un cannibale psicopatico pronuncia frasi incomprensibili e per tutta risposta gli strumenti impazziscono completamente. "Pittsburgh to Lebanon" è un aggressivo blues in distorsione che racconta una storia degradata di sesso e sangue. "Graveyard" è una sorta di vodoo-metal con chitarre deviatissime. "22 Going on 23" è l'inquietante confessione di una ragazza stuprata. Tra queste e altre nefandezze, Gibby Haynes si esibisce in un cantato spettacolare alla David Thomas e in ruggiti degni di un licantropo.

Traendo ispirazione dalle fonti più disparate (Beefheart, Pere Ubu, Cramps, Flipper, Chrome, Dead Kenndys e Red Crayola per dirne qualcuna) i Butthole Surfers hanno coniato un linguaggio nuovo che diventerà presto imitatissimo ma soprattutto hanno compiuto il nobile atto di elevare rutti e scoregge a forma d'arte.

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Riassunto del Bot

Questo album dei Butthole Surfers rappresenta una parodia sfrontata e creativa del blues-metal, unendo caos sonoro e ironia. Il disco si distingue per una produzione più curata, un cantato spettacolare e brani che spaziano dal rock'n'roll melodico alle follie più sfrenate. Con riferimenti a band iconiche, il lavoro si rivela un capolavoro schizofrenico e unico. L'opera è un'esperienza musicale travolgente che mescola divertimento e intensità.

Butthole Surfers

Musicisti texani noti per un ibrido abrasivo di hardcore, psichedelia, noise e industrial, e per live show deliberatamente scioccanti. Formazione cardine: Gibby Haynes, Paul Leary, King Coffey (con Teresa Taylor nei primi anni). Successo mainstream con Pepper (1996) da Electriclarryland.
11 Recensioni