Major Tom, Ziggy Stardust, il Duca Bianco, oppure semplicemente David Bowie. Al secolo David Robert Jones, egli è stato in maniera univoca uno dei più grandi geni della musica popolare del 20esimo secolo. Introducendo la sua carriera con un folk-pop cantautoriale, nel corso di 50 anni di attività ha spaziato esplorando territori come glam rock, hard rock, elettronica e soul, giusto per citarne alcuni; questo Young Americans, uscito il 7 marzo 1975, viene collocato in un periodo di transizione per il cantautore britannico. Abbandonato il suo alter ego di Ziggy Stardust, e prima di immergersi nel personaggio del Duca Bianco, egli pubblicò due album non meno importanti ma, anzi, assolutamente granitici quali Diamond Dogs e per l’appunto questo che affrontiamo in questa recensione.
Chiariamo subito una cosa: è impossibile stabilire con esattezza quale sia il miglior lavoro di Bowie, infatti essendo stato egli un personaggio estremamente eclettico e geniale, ha prodotto quasi esclusivamente capolavori musicali raffinati. Questo Young Americans abbraccia sonorità provenienti dalla black music quali il soul, la r’n’b e il funky; se gli elementi funky iniziavano ad emergere già con l’album precedente, in questo disco abbiamo un totale allontanamento dalle sonorità rock che caratterizzavano i suoi lavori precedenti in favore di queste sonorità.
Il disco si apre con la title-track omonima, con un basso ed un sassofono suonato da David Sandborn in primo piano; la musica è ballabile, trascinante, ed inedita nella discografia di Bowie, ma il tutto senza ricadere in un banale prodotto commerciale. Come abbiamo già detto prima, infatti, il cantautore ci ha sempre regalato opere raffinate di grande livello, di conseguenza pure i musicisti che suonano in questo lavoro sono di prim’ordine; al basso abbiamo il turnista Willie Weeks (che collaborò nello stesso periodo anche con George Harrison), il chitarrista Carlos Alomar (che fa da collante e muro del suono per l’intero album) e diversi ospiti tra cui John Lennon. La presenza dell’ex beatle non è casuale, abbiamo infatti nella tracklist una cover di “Across The Universe” dei Beatles, con i cori eseguiti dallo stesso Lennon; egli inoltre suonerà la chitarra ritmica e prenderà parte ai cori di “Fame”, brano scritto da lui, David Bowie e Carlos Alomar per l’occasione. Un ulteriore elemento di riferimento a John Lennon è un verso cantato nella title-track “Young Americans”, dove si riprende una parte di “A Day In The Life”, sempre dei Fab Four, cantata appunto nell’originale da John Lennon. Le altre tracce presenti nel disco sono assolutamente omogenee e di grande livello, come la splendida “Fascination”, uno dei brani migliori del disco per via del suo tocco degno dei migliori artisti della black music, e altri brani degni di nota quali “Somebody Up There Likes”, con dei cori ispirati in parte alla musica gospel e “Win”, un’elegante ballata soul che ci regala un’atmosfera unica nel suo genere. I testi e le tematiche affrontate, per quanto sia un album con un impatto principalmente musicale, contengono anche riferimenti ai diritti civili nella società americana del periodo (“Young Americans”) e al futurismo (“Somebody Up There Likes”), rendendo questo album assolutamente in linea con gli altri lavori di Bowie nonostante l’apparenza più commerciale. Un album di transizione, questo sicuramente, ma resta un validissimo lavoro che, nell’ombra di capolavori quali il successivo Station To Station o gli iconici The Rise And The Fall… e Hunky Dory, a volte viene un po’ sottovalutato.
Brani migliori: “Fascination”, “Win”, “Somebody Up There Likes”
Voto: 85/100
Young Americans è una fotografia assolutamente istantanea di come l’artista sta vivendo la musica e di come sta nascondendo la sua vita.
Fama, quello che ottieni è nessun domani.