I Depeche Mode sono l'unica band degli anni ottanta capace ancora di sfornare grandi dischi. Si diceva così vero? Bene, "Sounds of the Universe" non ha semplicemente nessun motivo, se non quello del nome che porta, per essere ascoltato.
Un disco in cui tutto è tremendamente anonimo, a partire da titolo e copertina, fino alle canzoni che lo compongono.
Quello che doveva essere l'album vintage dell'ormai famosissimo trio di Basildon si rivela un flop più o meno clamoroso, che di vintage conserva solo qualche suono spruzzato qua e la, probabilmente recuperato dalle prime versioni di "Space Invaders". Peccato, un vero peccato, perchè con un gran singolo come "Wrong", claustrofobico e ossessivo nel migliore stile Depeche, ci si aspettava grandi cose dal dodicesimo lavoro in studio della band. Ma basta poco per accorgersi dell'illusione.
Nessun sussulto, nessun bagliore, tutto piatto e sterile dall'inizio alla fine. Si potrebbe liquidare come un brutto disco, se non fosse che quando si va a recensire qualcosa, una parola definitiva come "brutto" non ha nessun significato. Essenzialmente però, non è sbagliato parlare di povertà di idee e scarsezza di inventiva. La parte strumentale infatti, sempre curatissima in ogni precedente disco, sembra più che altro relegata ad un esclusivo ruolo di accompagnamento da canzone pop. Accompagnamento a quella che è, doveroso dirlo, la splendida interpretazione di Dave, graffiante e inaspettatamente rock. Ma è solamente energia che non trova una valvola di sfogo, e resta amaramente dispersa da qualche parte. Martin, ormai spogliato definitivamente delle sue chitarre, canta solamente una canzone, "Jezebel", forse uno dei pochi pezzi da salvare ("Wrong" a parte) assieme a "Little Soul", "Corrupt" e "Peace" (dal ritornello però imbarazzante).
L'unico bagliore di speranza per "Sounds of the Universe" resta il fatto che la tradizione ci insegna che qualsiasi album dei Depeche Mode sia sempre stato difficile da assimilare al primo impatto. Se fosse stata un'altra band, sarebbe stato un disco che avrei cestinato dopo cinque minuti, ma che volete, da fan prima o poi gli darò un'altra chance. Non adesso sicuramente.
Dopo più di trent’anni di carriera e successi questi tre ricchi signori di mezza età ci regalano un altro album fantastico e ancora una volta sorprendentemente innovativo.
Riassumendo nove canzoni di un altro pianeta e quattro normali. Tirate voi le conclusioni.
Un album tosto, per nulla ruffiano, che credo possa conquistare il cuore dei fans come sta facendo con me.
Questo è un album che loro stessi hanno definito arrogante, e credo di aver capito il senso vero della frase.
‘Wrong’ è l’apice compositivo, una filastrocca senza un preciso ritornello, ma con una chiave di successo.
Un album da avere, da ascoltare attentamente e per molte volte, pieno di particolari e sempre al di sopra del proprio tempo.
Niente rende più l'idea di quello che penso su questi 3 "ragazzi"... la classe è rimasta sempre uguale.
Sono certo che il suo valore emergerà anche per chi adesso fa' fatica a metabolizzarlo e se poi questo non dovesse accadere, pazienza... Tanto a me mi garba...
Il peggior album dopo 'Speak and Spell', con l'aggravante che questo era l'album d'esordio.
'Sounds of the Universe' è un disco noioso fin dall'inizio e non riesci a sentirlo intero neanche volendo.