Nel 1976, anno di pubblicazione di questo album, Francesco De Gregori è reduce dal grandissimo successo commerciale di "Rimmel", pubblicato l'anno prima. Successo che gli aveva spalancato le critiche di parte del suo pubblico "della prima ora" ed addirittura anche di alcuni intellettuali della sinistra extraparlamentare, che lo avevano accusato di essersi commercializzato troppo e quindi di essersi venduto, tanto da far affermare all'autore in seguito:"'Bufalo Bill' è questa mia croce e delizia: ecco, se potessi probabilmente lo rifarei curando meglio i suoni e gli arrangiamenti. Lo feci in quel modo, scarno ed essenziale, per punirmi di aver fatto 'Rimmel' che aveva venduto troppo... roba da matti!".

D'altronde quelli erano anni di grandi contestazioni, anche ai concerti, e tutto ciò sfocerà di lì a poco nell'ormai famoso "processo a De Gregori": il due aprile del 1976 al Palalido di Milano, proprio durante una data del tour che avrebbe dovuto fungere da supporto all'uscita del disco in questione (pubblicato circa un mese dopo), alcuni spettatori lo aggrediscono prima sul palco e poi fin dentro il suo camerino accusandolo, tra le altre cose, di incassare cachet troppo alti per i suoi spettacoli, di non destinarne almeno una parte alla causa dei "compagni" operai e di non dare dunque un adeguato contributo alla "rivoluzione", di essere dalla loro parte solo a chiacchiere e non nei fatti vista la bella e lussuosa vita condotta e, dulcis in fondo, lo invitano a lasciare tutto l'incasso di quella serata lì ed a suicidarsi come Majakovskij. Anni dopo, rammentando quel pesantissimo episodio di cui era stato protagonista suo malgrado, Francesco dirà: "Mancava solo l'olio di ricino..."! Nel 1987 anche un altro cantautore, Edoardo Bennato, rievocherà quei fatti nella sua "Era una festa", tratta dall'album "Ok Italia": «Era una festa e sembrava una guerra. Niente canzoni, stasera è di scena un processo alla celebrità! Chi sta sul palco è un istrione o un poeta, smascheriamo la sua vanità! Francesco forse non se lo aspettava, vedeva intorno a sé solo ragazzi come lui. Gli dicono: "Compagno, sei in errore, la tua avventura adesso si conclude,noi invece andiamo avanti e non ci fermeremo mai!"».

Quindi questo "Bufalo Bill" nasce in risposta a "Rimmel" con suoni ed arrangiamenti scarni, forse anche troppo, tranne alcuni episodi un pò più movimentati in cui fanno capolino diversi registri musicali, come nella title-track, in "Ipercarmela" ed, in misura minore, in "Giovane esploratore Tobia". Sicuramente è uno dei suoi album più strani, ermetici e criptici di sempre. Anche la voce sembra diversa rispetto ai suoi precedenti lavori, più "nasale". Non che i precedenti suoi dischi non fossero criptici-ermetici anch'essi (compreso il pluripremiato e plurivendutissimo "Rimmel"), ma qui probabilmente si raggiunge l'apice. I testi dunque sono, come detto, tra i più ermetici, criptici e strani di tutta la sua produzione, e sarebbe da pazzi cercare di stare a capire cosa volessero significare uno per uno, quindi...

Si parte subito a cento all'ora con la title-track, dedicata a William Frederick Cody, alias Bufalo Bill. In pratica il brano è un monologo dello stesso Bufalo e narra, ispirandosi al film "La ballata di Cable Hogue" di Sam Peckinpah, il passaggio dal bufalo alla locomotiva nelle sconfinate praterie americane, quando anche il cavallo venne soppiantato dall'ottimismo imperante dell'American Dream, simboleggiato nel brano dall'ormai mitico amico del protagonista "Culodigomma, famoso meccanico, sul ciglio di una strada a contemplare l'America: diminuzione dei cavalli, aumento dell'ottimismo" E così il Nostro Bill si ritrova a cinquant'anni a firmare un contratto col circo "Pace e bene" a girare l'Europa ed a trasformarsi, in definitiva, in un fenomeno da baraccone. D'altronde, "se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, avrei scelto l'America". Da notare anche l'espediente con il quale l'autore ci fa conoscere il protagonista del brano solo alla fine dello stesso, con la chiusa "E firmai col mio nome e firmai, e il mio nome era Buffalo Bill": semplicemente un pezzo fantastico! In "Il giovane esploratore Tobia" facciamo la conoscenza di un giovane scout di quindici anni con "alle spalle un'infanzia igienicamente perfetta: morbillo, tristezza e nessun'altra malattia". A proposito di questo pezzo, De Gregori ha dichiarato: "Quello che fa paura dei giovani esploratori è l'inconcludenza; loro imparano ad accendere i fuochi. Io ho emblematizzato il personaggio dello scout: per intenderci, lo scout che nelle barzellette deve fare la sua buona azione quotidiana" per sentirsi con la coscienza a posto. In questo caso, la buona azione quotidiana è la seguente: "gira la testa e vede un vagone bruciare, tira l'allarme e salva la ferrovia". Se l'avessi fatto io una cosa del genere in realtà mi sentirei una specie di eroe, ma non mi sembra il caso di stare a sottilizzare. La musica di questo brano è scritta in collaborazione con Lucio Dalla, e ad un certo punto riprende "In the summertime" di Mungo Jerry.

In "L'uccisione di Babbo Natale", i due protagonisti "Dolly del mare profondo, figlia di minatori" e "il figlio del figlio dei fiori", fanno la "solita strada fino al cadavere del grillo, mentre la luna impaurita li guarda passare e le stelle sono punte di spillo". Ad un certo punto in questo luogo "arriva Babbo Natale, carico di ferro e carbone. Il figlio del figlio dei fiori lo uccide con un coltello e con un bastone": chiara (?) metafora del passaggio dall'innocenza dell'età adolescenziale alla "colpevolezza" (se non peggio) dell'età adulta, ma forse anche del brusco passaggio dal tempo della "quiete" al tempo del terrorismo, visto il riferimento al "figlio dei fiori". In "Disastro aereo sul canale di Sicilia", dopo la premessa che "anche nel clima della distensione un eventuale attacco ai Paesi arabi vede l'Italia in prima posizione", si narra, oltre "alla storia dell'aereo perduto al largo delle coste tunisine", che "la fabbrica di vedove volava a diecimila metri sulla terra siciliana...e diecimila chilometri sotto ginestre e cemento a due passi dal mare e case popolari costruite sulla sabbia (ogni riferimento all'abusivismo edilizio è puramente voluto), "nient'altro da segnalare, solo la tomba di un giornalista ancora difficile da ritrovare". De Gregori, a proposito di questo pezzo, in seguito ha affermato di averla composta dopo aver letto un articolo di Lotta Continua in cui si parlava di alcuni esorbitanti acquisti, da parte dell'Italia, di aerei militari. "La fabbrica di vedove" (per la precisione "fabbricante di vedove") è il soprannome che si "meritò" l'aereo militare F104 con la morte di 116 suoi piloti. Mentre, sempre nella stessa intervista, Francesco affermò che "la tomba del giornalista" era un riferimento al giornalista Mauro De Mauro, il quale dopo aver fatto ricerche sul caso Mattei ed aver pubblicamente (ed incautamente) dichiarato di avere in mano delle informazioni che avrebbero fatto tremare l'Italia, scomparve nel nulla e di lui non si seppe più nulla, essendo in seguito dato per ucciso, probabilmente dalla mafia. A pensare a quel che accadrà quattro anni dopo nei cieli di Ustica, questa canzone ha anche qualcosa di sinistro e profetico.

"Ninetto e la colonia", per bocca del suo stesso autore, è ispirata al romanzo "Rulli di tamburo per Rancas" del 1970 dello scrittore e politico peruviano Manuel Scorza, ispirato a sua volta al "Masacre de las bananeras" del 5 dicembre 1928 nella città di Ciènaga, vicino a Santa Marta, in Colombia: i lavoratori in sciopero della "United Fruit Company" furono sterminati a colpi di mitragliatrice. Questo episodio venne raccontato anche dal Premio Nobel colombiano Gabriel Garcìa Marquez in "Cent'anni di solitudine" (1967). Sempre per bocca di De Gregori, veniamo a sapere che il pezzo "Racconta la triste storia di un bambino che si trova in un cinema al momento in cui entrano dei marines, che mettono tutti al muro e li fucilano, anche Ninetto. Dopo i marines arrivano i signori della Chiquita che raccolgono le banane che prima erano di Ninetto e dei suoi amici." E aggiunge "penso che a nessuno sia venuto in mente che il brano parla delle multinazionali": quindi non solo è criptico ed ermetico, ma si diverte anche a depistare: benissimo!. A "posteriori", qualche indizio su ciò si sarebbe potuto ricavare dal titolo, dove si parla di "colonia", dal verso "chi mi manda non parla questa lingua" e, soprattutto dal finale "E dietro un fondale di stelle gli impiegati della compagnia rubarono tutta la frutta dagli alberi e la portarono via". Ma posteriori è tutto più facile, si sa! In "Atlantide" si parla di un uomo che "adesso vive ad Atlantide" (ma anche in California, nel terzo raggio e nel cielo di Napoli) e sembra riferirsi all'irreparabilità di un amore ormai perduto per sempre o che non si è saputo o voluto attendere, un pò com'era già stato nella precedente "Rimmel" (1975) e come sarà nella successiva "Renoir" (1978). Alcune frasi sono tra le più strani ma anche tra le più originali e affascinanti mai composte nella musica italiana: «E stravede per una donna chiamata Lisa. Quando le dice: "Tu sei quella con cui vivere" gli si forma una ruga sulla guancia sinistra"», « E lui adesso vive nel terzo raggio, dove ha imparato a non fare più domande del tipo: "Conoscete per caso una ragazza di Roma la cui faccia ricorda il crollo di una diga?"», per concludere, nel finale, "Ditele che l'ho perduta quando l'ho capita, ditele che la perdono per averla tradita". Per quanto riguarda la musica, spesso De Gregori ha dichiarato di ispirarsi in generale, fra gli altri, a Bob Dylan, ma mentre nella precedente "Buonanotte Fiorellino" contenuta in "Rimmel" si era arrivati quasi al plagio nei confronti della dylaniana "Winterlude", in questo brano invece nei confronti della "Three angels" di Bob...anche!

"Ipercarmela" parla, con punte critiche, di una coppia di emigranti che si trasferisce a Torino dalla Sicilia e che, una volta ambientati, cambiano il loro stile di vita per conformarsi a quello delle grandi città industrializzate: lui col desiderio di possesso di cose materiali ("Questa è casa mia"), lei che invece comincia a diventare invidiosa delle belle attrici che vede su giornali femminili e desiderosa di rimanere sempre giovane e bella. In questo quadro (all'apparenza) idilliaco, la coppia dà alla luce una bambina di nome Carmela, sempre sorridente come loro due ("Piangere non piangeva mai"). In "Ultimo discorso registrato" Francesco dopo essersi chiesto, fra le altre cose, quante mosche avesse torturato nella sua infanzia buona e cattiva, nel finale sembra fare riferimento proprio al processo di cui fu suo malgrado protagonista al Palalido di Milano: «Sono stufo di stare nella mia trincea di lusso. E a questo punto i tre quarti del pubblico cominciarono a fischiare, a gridare: "Ogni cosa a suo posto, quest'uomo è nel posto sbagliato". Ed io vi ho solamente raccontato, senza niente inventare, l'ultimo discorso registrato dell'uomo che voleva parlare». Difficile ma non impossibile, visto che, come detto, il disco uscirà a maggio del 1976, mentre il processo al Palalido era avvenuto ad aprile dello stesso anno. Forse, poco prima della sua uscita, De Gregori aveva volutamente inserito quei versi finali, modificando il brano. Oppure, in caso contrario, dovremmo veramente riconoscergli qualità di veggente, vista la anche già citata tragedia di Ustica con riferimento al pezzo "Disastro aereo sul canale di Sicilia".

Si arriva così a "Festival", dedicata al (presunto) suicidio di Luigi Tenco durante il Festival di Sanremo del 1967, per il sottoscritto una delle più belle canzoni di sempre, unitamente ad un'altra riguardante sempre la morte di Tenco, "Preghiera in gennaio" di Fabrizio De Andrè del 1967, anch'essa splendida. In essa si elencano i presunti motivi che avrebbero potuto portare il cantautore ligure al suicidio («Nella la città dei fiori disse chi lo vide passare che forse aveva bevuto troppo, ma per lui era normale. Qualcuno pensò: "fu un problema di donne", un altro disse: "proprio come Marylin Monroe"»; "Qualcuno ricordò che aveva dei debiti, mormorò sottobanco che quello era il motivo. Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo") e ce n'è un pò per tutti: per Mike Bongiorno, conduttore di quell'edizione del Festival, che condannò il gesto di Tenco («E l'uomo della televisione disse: "Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa c'è di più bello della vita, la primavera è quasi cominciata"»), per la stampa dell'epoca («L'inviato della pagina musicale scrisse: "Tutto è stato pagato"»), per Orietta Berti («La notte che tutti andarono a cena e canticchiarono "La vie en rose"», con chiaro riferimento al brano della stessa Berti "Io, tu e le rose" in gara quell'anno e concausa del presunto suicidio di Tenco, secondo il bigliettino ritrovato in tasca allo stesso e in cui era scritto appunto che in un mondo che mandava in finale "Io, tu e le rose" non c'era posto per lui), e soprattutto per l'ipocrisia imperante che aveva circondato quella morte: "Lo portarono via in duecento, peccato fosse solo quando se ne andò", «Tutti dicevano "Io sono stato suo padre", purchè lo spettacolo non finisca», "alcuni lo ricordano ancora mentre accende una sigaretta, altri ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po' più in fretta". «Tenco non è un personaggio vincente, non è una persona che ha agito bene ed io non ho voluto fare una canzone per difenderlo, ho voluto parlare di Tenco perché è esistito. Oggi o non se ne parla mai o si fanno delle commemorazioni macabre»: parole di Francesco De Gregori. Chiude l'album "Santa Lucia", forse il brano più "semplice" (per modo di dire): una preghiera laica, dolce e delicata, dedicata a tutti quelli che non vedono, con un bellissimo finale, sia nel testo ("Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata, è un ragazzino al secondo piano che canta, ride e stona perchè vada lontano. Fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe, anche la solitudine"), sia nella lunga coda strumentale. Secondo Lucio Dalla, questo brano era il più bello di sempre della musica italiana e lo invidiava al suo collega. Magari Dalla esagerava, ma sicuramente si tratta di un bellissimo brano.

Ok, ammetto di essermi aiutato con dichiarazioni ed interviste dell'autore per l'interpretazione dei brani, ma d'altra parte anche nei quiz televisivi esiste l'aiuto da casa! Nonostante il suo intento, a De Gregori non riuscì il suo "piano", o meglio riuscì solo in parte. Anche questo album, infatti, vendette benissimo, seppure in maniera inferiore rispetto al precedente "Rimmel"; ma vi è da dire che sarebbe stato difficile per tutti ripetere quell'exploit! D'altronde stiamo parlando di un artista in quel momento (ma quasi sempre, per la verità) in stato di grazia assoluta che, per quanto si fosse potuto impegnare a scrivere canzoni "brutte", non avrebbe mai potuto portare a termine il suo intento! Dall'altro lato, però, mentre quasi tutti i pezzi dell'album "Rimmel" sono diventati degli evergreen ricordati ancora oggi (a parte "Le storie di ieri", forse il brano più "impegnato" di tutto quel disco: a volte il destino è proprio strano!), di questo "Bufalo Bill" sono sopravvissuti all'oblio del tempo solo la title-track e, in misura minore, "Santa Lucia". Quindi potrebbe ritenersi soddisfatto, forse. Ed i (quasi) plagi dylaniani? Beh, nessuno è perfetto per fortuna, nemmeno lui, il Principe!

Il processo a cui fu sottoposto il Nostro, più volte citato, rischiò di fargli interrompere la carriera per la rabbia, la delusione, la frustrazione ed anche per l'umiliazione cui fu sottoposto in quell'occasione. Per fortuna ci ripensò dopo poco tempo, e nessuno mi toglie dalla testa che questo evento abbia influito sul suo modo di scrivere canzoni in futuro, dato che da allora in poi abbandonerà l'ermetismo-cripticità contenuto a dosi da cavallo nei suoi primi quattro album. Mi piace inoltre pensare che questo fatto sia simboleggiato anche dal passaggio della copertina "astratta" di "Bufalo Bill, raffigurante una illustrazione di Gil Elvgren contenuta in un calendario statunitense del 1948, alla copertina "concreta" del successivo "De Gregori" del 1978, raffigurante lo stesso De Gregori intento a giocare a pallone in un prato.

Quindi, come detto, per fortuna Francesco ci ripenserà e non abbandonerà più le scene e, nonostante il "cambio di passo" descritto in precedenza, nel 1978 sarà ancora magia con "Generale", "Il '56", "Raggio di sole", "Due zingari",.....

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