RIMMEL 8,5/10
Succedeva questo, all'epoca. Le case discografiche italiane “addocchiavano” dei potenziali artisti di successo, gli facevano firmare un contratto in cui s'impegnavano a produrgli 4 album, qualora fossero andati male tutti e 4 amici come prima. A differenza di oggi, in cui si è costretti a “sfondare” subito, negli anni '70 veniva dato tempo (soprattutto) ai cantautori di affinare il proprio stile, di “stregare” un pubblico uscito dal decennio (gli anni '60) in cui a farla da padrone furono i 45 giri, non i 33. Guccini si portò a casa il pubblico al terzo album (“Radici”, 1972); Venditti al quarto (“Lilly”, 1975); Bennato, più veloce, al secondo (“I buoni e i cattivi”, 1974). De Gregori al terzo, appunto “Rimmel”, 1975 (considerando “Theorius Campus”, 1972, un disco attribuibile a Venditti e De Gregori seppur sui generis, e certo non disprezzabile). Ma con “Rimmel” De Gregori si portò a casa tutto il teatro dato che, uscito a gennaio, l'album risultò il più venduto dell'anno in Italia: clamoroso, visto oggi. Oltretutto trattasi di disco brevissimo (poco meno di 30').
E' un disco cantautorale, anzi forse è il disco cantautorale italiano per eccellenza, quello più fruibile anche da un pubblico meno attento (a differenza, ad esempio, di Guccini: più impegnativo) ed è, ça va sans dire, un ottimo album anche se, il sottoscritto, crede che altri lavori del cantautore romano (“Titanic”, 1982, su tutti) siano pure meglio e sono, in qualche modo, più “legato” al precedente album di De Gregori, quel minimalista “Francesco De Gregori”, 1974: quello sì, di difficile interpretazione (eppure così affascinante). Qui a farla da padrone sono alcune canzoni divenute fin da subito un must del Principe. A partire dalla title-track, che ha una storia lunga che tenterò di riassumere omettendo qualche dettaglio. Ovviamente si tratta di una canzone narrante la fine di un amore, dedicata alla stessa ragazza (tale Patrizia) a cui aveva già dedicato, nell'album precedente, la stupenda “Bene”. Il passaggio, celebre, sul “collo di pelliccia” racconta di un furto davvero subito, mentre le carte dello zingaro le spiegò lo stesso De Gregori: “...Sì, un giorno mi hanno fatto le carte e mi hanno detto cose molto belle, mi hanno detto che sarei stato molto felice, mi hanno detto "Sarai un vincente". Però tutto sommato non è bello che uno ti dica quello che diventerai, credere allo zingaro forse è mancanza di fantasia, mancanza di giovinezza, del coraggio di dire "vaffanculo, adesso io esco e chissà cosa succede “. Il brano fu alla base di ciò che sarebbe successo all'autore l'anno successivo, cioè la famosa contestazione al Palalido di Milano in cui venne “processato” con l'accusa di avere tradito la causa politica (leggi canzoni impegnate) così da ossersi omologato alla massa compromettendo i propri ideali a favore dei guadagni (Guccini disse: “...compagni/eletta schiera che si vende alla sera per un po' di milioni”, i versi, famosi, dell'”Avvelenata”, 1976).
A parere mio, in un album in cui compaiono canzoni come “Pablo” (sul tema dell'emigrazione, qui uno spagnolo che va in Svizzera, il cui ritornello fu “aggiustato”da Lucio Dalla: l'arrangiamento originale trovo sia estraneo al contesto dell'album, ma è una mia veduta) o “Piano Bar” (si dice “dedicata”, con veleno, all'ex-amico del Folk Studio Antonello Venditti), ma anche “Piccola mela”, il cui spunto fu una poesia sarda di Peppino Marotto, le due canzoni più interessanti sono: “Pezzi di vetro” e, soprattutto, “Quattro cani”. La prima nasce da un incontro che ebbero De Gregori e la sua fidanzata dell'epoca ad una fiera di piazza in cui notarono alcuni saltimbanchi che affascinarono la ragazza (De Gregori, pare, se ne ingelosì parecchio) e tentò di “esorcizzare” quella immotivata paura inventandosi la figura di un tale che cammina sui vetri (“...gli hai lasciato in un minuto tutto quel che hai/però stai bene dove stai”). La seconda è un brano talmente ermetico che all'epoca, credo, nessuno lo comprese, eppure, ad oggi, molte cose sono più chiare: i quattro cani citati (un cane di guerra; un bastardo che conosce la fame e la tranquillità; una cagna, quasi sempre si nega qualche volta si dà; il quarto, che ha un padrone ma non sa dove andare) sarebbero (o, diciamo, sono visto che le conferme, negli anni, non sono mancate) lo stesso De Gregori, il primo; Lilli Greco, il secondo; Patty Pravo, la terza; Antonello Venditti, il secondo. Si chiude col verso “...se ci fosse la luna si potrebbe cantare”, poi utilizzato in un famoso spot dello spumante Carpené Malvolti. Su “Buonanotte Fiorellino”, credo, non ci sia molto da dire che non sia già stato detto.
«De Gregori per comprenderlo non lo devi ascoltare, lo devi sentire.»
«Come fiori in un prato ci colgono, non serve agitarsi.»
E mentre tu dolce Venere di Rimmel, portavi a spasso i tuoi quattro cani e Pablo veniva ammazzato
Qualcosa rimane…
"Il Principe, che da così tanto mi accompagna, è il mio cavatappi per antonomasia."
"Ciò che davvero conquista di questo disco è l'altissima qualità poetica dei testi, sempre ermetici ma un po' più intelligibili rispetto ai dischi precedenti."
Strabiliante disco per uno strabiliante cantautore.
Una perfetta alchimia fra musica, testo e arrangiamento.
"Rimmel è un fiore germogliante in un prato di gentilezza, una poesia ermetica condita in salsa agro-dolce."
"L’amore finito non è tragico, ma un misto di dolcezza e disillusione, una carezza sfiorata sul viso."