Premessa: sul sito sono già comparse due recensioni di questo film; la presente non è la terza, ma un diverso approccio critico - rivolto contro una certa stucchevole banalità del bene e contro l’altrettanto pigra abitudine di estrapolare una storia dal suo contesto storico.
Una tomba per le lucciole è celebrato come un poetico capolavoro antimilitarista - ed è proprio questo il problema. Il film in realtà prova qualcosa di più simile a quella che potremmo chiamare la banalità del bene: l’impulso di estrarre una storia da un contesto storico estremamente specifico per elevarla a parabola universale della sofferenza innocente.
La trama è quasi scheletrica. Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, gli orfani Seita, un adolescente, e la sua sorellina Setsuko muoiono lentamente di fame dopo essere fuggiti dalla zia, bisbetica ma affidabile.
La storia è basata su eventi reali. Ma quando Akiyuki Nosaka la scrisse, non intendeva farne una celebrazione, ma una confessione. Nosaka ammise apertamente che era sopravvissuto a spese della sorella. Rubò il cibo destinato a lei. Arrivò perfino a picchiarla mentre piangeva per la fame.
Il film, invece, trasforma Seita in una figura tragica ma fondamentalmente buona, distrutta dalle circostanze.
Ma Seita e Setsuko non sono vittime di una generica “guerra”. Sono vittime di un sistema che funzionava esattamente come era stato progettato. L’ideologia della guerra totale, il sistema di sorveglianza di quartiere del tonarigumi (隣組) e la distribuzione statale delle risorse contribuivano tutti a mettere in secondo piano la sopravvivenza dei civili. Il poliziotto che ignora Seita e il medico che non offre alcun aiuto non falliscono per caso. Stanno semplicemente facendo il loro lavoro, come si faceva nel Giappone imperiale. Eppure il film rimuove la realtà sociale dalla scena, lasciando solo l’immagine purificata della sofferenza innocente.
Anche il presunto orgoglio tragico di Seita è spesso frainteso. Non è l’hybris di un eroe greco. È indottrinamento. Figlio di un ufficiale della marina, cresciuto in una rigida gerarchia in cui mendicare significava disonore, Seita non può sottomettersi all’autorità della zia. Non è soltanto un difetto di carattere. È condizionamento militarista, perfettamente interiorizzato.
Poi c’è il trattamento estetico. Lo Studio Ghibli avvolge la storia in una bellezza delicata: cieli pastello, gesti teneri e, naturalmente, le famose lucciole. Ma quelle lucciole non sono simboli poetici della vita effimera. Sono piccoli, inutili lampi di luce spenti da un sistema che non attribuiva alcun valore alle vite più fragili.
Sul piano visivo, però, brillano come gioielli. La morte diventa luminosa, quasi tenera - un sedativo grafico. I critici, soprattutto italiani, invocano con entusiasmo la poetica universale, sganciando dalla storia la morte di due bambini giapponesi durante il crollo di uno stato guerrafondaio e facendola galleggiare in una nebbia di “innocenza distrutta”. Comodo. Rassicurante. Ma soprattutto fuorviante.
La poetica delle lucciole nasconde ipocritamente una realtà molto meno nobile: furti, fame, risentimenti e sensi di colpa. Anche l’etichetta di “neorealismo” chiarisce ben poco. A differenza dei personaggi di Ladri di biciclette, che soffrono all’interno della difficile economia postbellica, i bambini di Una tomba per le lucciole soffrono in un sistema costruito secondo la logica della guerra totale - un sistema in cui la sopravvivenza dei civili era quasi irrilevante.
Questo non diminuisce la qualità del film. È devastante. Bello. Realizzato con una precisione meticolosa. Ma la sua bellezza inganna, consola e universalizza.
Così facendo, trasforma silenziosamente la confessione di Nosaka in qualcosa di più digeribile: una meditazione sentimentale sull’innocenza perduta, accuratamente ripulita dalla macchina che ha prodotto quella sofferenza.
Le lucciole non sono poesia. Sono un atto di accusa.
Una Tomba Per Le lucciole è infatti struggente come pochi altri prodotti, ma al contrario di molti di essi, non lo è in maniera forzata.
Uno sgomento e un disgusto che ci rimane addosso anche dopo aver spento il lettore Dvd o aver abbandonato la sala.
"Una tomba per le lucciole non è un film per bambini."
"Guardatelo, e non fatelo più."