Se siete mai stati fan dei fumetti Marvel, vi ricorderete la serie “What If?”, nella quale disegnatori e sceneggiatori della casa americana si divertivano a creare storie “alternative” del proprio mondo supereroistico. Cose del tipo: “Cosa sarebbe successo se Hulk avesse ucciso Wolverine?” e cose del genere. E dove, regolarmente, le storie non erano a lieto fine, anzi l'eroe del caso diventava un villain o moriva.

Ecco, parlando dell'inglese Mike Cooper, cantante folk attivo fra la fine dei '60 e la metà dei '70, sarebbe proprio simpatico disegnare il suo “What If”. Eh sì, perchè il nostro fu invitato nei primi '60 a suonare con tali Mick Jagger e Keith Richards in una delle prime incarnazioni degli Stones (per la cronaca, un certo Brian Jones lo sostituì). E lui ovviamente declinò. Cooper era anima mutante e inquieta, che dopo pochi anni di frequentazione dell'ambiente folk UK, benchè amico di Bert Jansch, Davey Graham e John Renbourn, se ne stancò, trovandolo troppo retrogrado.

Cooper era attratto sia dalla scena free jazz e dal mondo dell'improvvisazione in generale, che dal blues primigenio che ascoltava da piccolo. “Trout Steel”, terza fatica di Cooper datata 1970, rispecchia appieno questa sua visione senza paraocchi della musica.

L'album è una poco conosciuta perla di musica a 360°, che parte dalle radici blues e folk, fino ad allargarsi, musicalmente e metaforicamente, arrivando ad abbracciare territori e visioni distanti fra loro. Disco caratterizzato dall'uso di molti strumenti a supporto delle canzoni, che partivano tutte comunque dalla sola chitarra acustica, e che quindi risultavano di difficile resa live. Per questo Cooper si rifiutò sempre di suonare il disco live, perchè a suo vedere era impossibile da riprodurre la sua complessità on stage. E un po' lo si può capire: come riproporre la perfezione del clarinetto che irrompe a metà dell'iniziale “That's How”? Difficile, se non impossibile. Ad ogni modo tale presa di posizione era un po' parte del personaggio Cooper, che era uno completamente dissociato dallo show biz, che passava tre quarti dell'anno in Spagna sul mare, fregandosene di tour promozionali o altro.

E quindi, freghiamocene anche noi nelle descrizioni e perdiamoci nel classicismo country di “Goodtimes” e della titletrack, nei fiati dervisci di “Don't Talk Too Fast”, nella perfezione folk in punta di piedi di “Weeping Rose. E da perdersi ce n'è, ascoltando le due lunghe tracce del disco: “I've Got Mine” è un blues che procede a ondate dissonanti, strumenti come viola, piano, clarinetto e altro, entrano ed escono dal pezzo, in un susseguirsi mesmerico clamoroso. “Pharaoh's March” è, oltre che tributo esplicito a Pharaoh Sanders, una improvvisazione fra musica concreta, jazz, e proto ambient, forse l'unico episodio in cui l'ego del nostro prende il sopravvento sulla grande capacità comunicativa del disco. Eh sì, perchè Cooper, seppur cervellotico autore, in “Trout Steel” riuscì a toccare tanto il cuore che la mente dell'ascoltatore (a riprova sentire innumerevoli volte la fantastica“Sitting Here Watching”).

A metà dei '70 Cooper si ritirò definitivamente in Spagna, dove continuò a pubblicare dischi sempre più sperimentali, e ora, per chi avesse voglia di rivederlo, vive e suona nella nostra Roma, vivo, vegeto e con un terzo occhio sempre ben aperto sul presente.

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