Con Absolution i Muse si affermano come una band straordinaria capace di stare nel music business, ma allo stesso tempo di prendere decisioni proprie soprattutto per quanto riguarda lo stile.
Il power trio americano lavora assai bene e Matthew Bellamy sembra proprio essere in una forma strepitosa sia a livello vocale che strumentale.
Il genere che il trio ci propone e difficilmente definibile se non catalogando come un post-rock influenzato da qualche scheggia di metallo fuso (a livello di chitarre soprattutto) e con qualche spruzzatina di elettronica qua e là a rendere l’atmosfera più attuale se non futura.
Le tematiche trattate nei testi sono profonde e spesso con riferimenti filosofici, ma anche spesso molto concrete, tipicamente però tendenti al dramma come ci hanno d’altronde abituato da sempre.
Un disco piacevole ben registrato e con canzoni molto catchy ed ascoltabili.
La potenza del suono e dei testi è sempre su livelli alti e questa volta è ancor di più incitata dal clima plumbeo in cui versa la società.
Una marcia cupa (tipo The Wall) preludio ad un giudizio universale (Apocalypse Please) tanto temuto quanto invocato.
I Muse fanno veramente schifo.
La voce è quanto di più odioso e inconsistente si possa sentire al giorno d’oggi.
Un album povero di significato a partire dalla prima traccia 'Intro', che mostra quanto sia pretenzioso questo gruppo.
Peccato mille volte peccato: da loro ci saremmo aspettati molto di più, ma manca coerenza intellettuale.
Terzo album della band inglese e terzo capolavoro!
Absolution è un capolavoro di paranoia e cattiveria, che unisce due stili apparentemente distanti in perfetta armonia.
Ascoltare "Absolution" dei Muse è come vivere in un sogno, un dolce sogno illuminato dal buio di un'apocalisse ormai vicina.
Ti fotte la testa e non te la riporta più indietro.