La "cura intensiva" cui si allude, non so se debba intraprenderla io, l'ex Take That o semmai quell'esercito sterminato di fans che corrono come sorci deliranti dietro questo novello pifferaio magico da quattro soldi (4 in senso letterario ovviamente). Il disco non si può definire un brutto disco, sarebbe disonesto: tutto suonato bene, perfetto negli arrangiamenti, misurati e studiati a pennello, interpretazione leccata e calibrata con tanto di coretti e synth che entrano guardacaso nei punti dove il climax è al massimo ("Tripping", ad esempio, la ballata dell'estate da accendini alla mano e ole a bizzeffe o "Advertising Space").
Insomma se tutto è al posto giusto cosa c'è che non va? C'è che il risultato è un disco freddo, glaciale, dove trasuda un'anima "finta", studiata a tavolino, che fa brutalmente leva su una serie di elementi che, siccome funzionano, vengono utilizzati nell'uso e nell'abuso forzato, come se a muovere i fili del nostro pifferaio fossero uomini grigi di bui uffici marketing dei piani alti di major ormai determinate A DARE AI TOPI QUELLO CHE I TOPI VOGLIONO, senza permettersi il lusso di osare un pizzico di più (e se non lo fa uno come Robbie, che l'estro e le potenzialità le avrebbe, chi potrebbe farlo?), senza spiazzare un minimo il pubblico (dico un minimo eh? Che poi il business è chiaro che deve tornare e il disco s'ha da vendere, questo lo capisco, eccome), senza dare una diversa possibilità all'ascoltatore di prevedere un'andamento alternativo ai brani, un ritornello che sorprenda, un paio di accordi in minore, insomma, la sensazione è quella di un disco apatico e terribilmente prevedibile nella sua omogeneità e piattezza.
Il nostro aveva fatto una cosa molto più apprezzabile con Swing When You're Winning del 2001, con reinterpretazioni di standard classici in stile vecchio crooner e allora il personaggio lo trovai coraggioso nella sua bizzarria. Allora mi sembrava che il ragazzetto inglese avesse trovato il coraggio di buttarsi in qualcosa di più, rompendo il muro di banalità da Pop Star dorata che si era costruito addosso. E invece?
E invece è tornato sui vecchi triti e logori passi. Ripeto, un disco con brani orecchiabili (ma non memorabili, nella costruzione, nell'esecuzione o altro) che non travalicano mai un senso fastidioso di già sentito in mille altri dischi di simil-pop anacquato.
Ma la mia riflessione è, ahimè, un'altra: se i fans (o meglio LE fans) vogliono QUEL Robbie Williams, con QUEI suoni, QUELLE canzoncine, QUELLE dichiarazioni da rockstar viziata che sproloquia banalità zuccherose buone solo a placare le tempeste ormonali di quelle adolescenti scialbette dai seni acerbi con le mutandine simil-filo interdentale perennemente sporgenti dai loro griffatissimi jeans a vita bassa; insomma, se IL PRODOTTO va bene, perché cambiarlo? È la dura legge del marketing, della domanda e dell'offerta, del Mercato Globale, insomma: squadra che vince non si tocca. E sarei pure d'accordo. Sarei d'accordo nell'economia, nella vita di tutti i giorni. Ma non nell'Arte, non nella Musica. Non quando si parla di emozioni, di rabbia, di sentimenti forti, di lacrime che sgorgano vere e implacabili all'ascolto di canzoni magari più sporche, meno leccate (penso a Tim Bucley o a Janis Joplin, ma anche ai Radiohead o agli Smiths o anche ai vecchi Pink Floyd) ma paurosamente vere ed eterne. Perché le canzoni vere, quelle che ti fanno venire la pelle d'oca, quelle che ti fanno venire per un attimo gli occhi lucidi, quelle che ti fanno inspiegabilmente aumentare i battiti cardiaci senza motivo apparente si riconoscono eccome e non sta a me spiegare come. Chi lo ha provato lo sa. E quelle non abitano qui, in questo disco caruccio e gradevole, che sa veramente di poco e che sa tanto di sonora presa per il culo.
E ogni volta che guardo quella copertina, mi sembra quasi di vedere un sonoro VAFFANCULO col medio alzato del caruccio Robbie piuttosto che il suo indice. Ma tranquilli, forse lo vedo solo io? Forse.
Robbie Williams è un artista, un grande artista: ha fatto di sé stesso un’arte, nel bene e nel male.
L’impressione è che abbia voluto accontentare esclusivamente il suo gusto, e va bene, benissimo, così.
Ma non è colpa mia se questo tizio riempie di miele alcune cose a tal punto da farti venire le carie alle orecchie!
Robbie Williams è un “esempio”: è la cosa che mi fa capire che anche se non sei nessuno né sei migliore degli altri devi sempre comportarti come se lo fossi...
"comprare questo cd è come buttare dei soldi fuori dalla finestra!!!"
"più che un disco, questo lo definirei una perfetta macchina di tortura."
Il disco è manifestamente influenzato da sonorità anni '80 e mira a un pop più maturo e sperimentale.
L'album si configura come un'interessante prova di maturità per Robbie Williams, passata con riserva.