Pochi dischi nella storia del rock possono essere definiti "capolavori" senza aver paura di scadere nell'esagerazione: "London Calling" rientra a pieno titolo nella categoria.
I Clash qui danno vita a qualcosa di straordinario: un lavoro formidabile dalla prima all'ultima nota, caratterizzato da una varietà di stili e generi musicali che formano un'alchimia perfetta. Siamo nel 1979 e la band con questo album si prepara a spiccare definitivamente il volo dai territori punk, dopo il ruvidissimo e omonimo disco d'esordio e "Give'em Enough Rope", dove si iniziava ad intuire che qualcosa stava cambiando.
La loro non è stata certo una scelta facile: sapevano benissimo che i fans della prima ora non avrebbero accettato questo "tradimento", ma allo stesso tempo i ragazzi erano coscienti di essere in possesso di un talento che non poteva rimanere rinchiuso negli stretti confini di un genere tanto grezzo. Quindi, apertura totale a nuove sonorità, senza comunque scordare la grinta e quella "carica positiva" che la loro musica sprigionava fin dagli inizi.
Ed è in questo clima che nascono brani immortali come la titletrack, capolavoro assoluto che proietta dopo tre minuti l'album nella leggenda: gran ritmo e un testo "alla Clash" gli ingredienti principali. E che dire dello ska di "Rudie Can't Fail"? Veramente difficile restarsene fermi nell'ascoltarla.
"Spanish Bombs", come il titolo suggerisce, conduce nell'atmosfera della guerra civile spagnola con un ritornello (in parte proprio in lingua spagnola) che ti entra dentro. Il rock di "I'm not down", il reggae di "Revolution Rock", "The Guns of Brixton" e quella piccola gemma inizialmente scartata da Joe Strummer e soci intitolata "Train in vain" sono gli altri episodi più esaltanti di un disco che comunque non presenta momenti deboli, non un solo istante dove ci sia concessa una pausa: una guerra vinta contro i riempitivi. Punk, Rock vecchio stile (tra l'altro la storica copertina è un omaggio a un vecchio disco di Elvis), Ska, Reggae e qualche pennellata Jazz ("Jimmy Jazz") tutti condensati in 65 minuti, senza mai far perdere all'album il suo delicatissimo equilibrio.
I Clash con "London Calling" raggiungono il punto più alto della loro eccezionale carriera ed è stupefacente pensare che di lì a pochi mesi Joe, Mick, Topper e Paul si sarebbero ripresentati in studio per dare alle stampe un lavoro del calibro di "Sandinista", progetto ambizioso nel quale avrebbero spinto oltre la sperimentazione musicale, realizzando peraltro l'ennesimo capolavoro. Poche altre band nella storia possono vantarsi di aver avuto un momento così felice di creatività e ispirazione e si può tranquillamente sorvolare sul fatto che dopo "Sandinista" sarebbe iniziata l'inevitabile parabola discendente dei Clash, lacerati dal conflitto interno tra Jones e Strummer.
I più degni successori dell'altra coppia d'oro del rock: Lennon-McCartney. E il paragone regge.
In London Calling si incarna lo spirito cruciale del punk (rabbia, caos e rivoluzione) ma anche tanta sperimentazione.
Ogni singola canzone presente su questo album è una piccola perla a sé stante, degna di essere presente sull'album e differente dalle altre per stile e ritmo.
La title track è un capolavoro, la canzone più bella, famosa e importante del gruppo.
In London Calling i Clash sono al massimo della loro creatività e affiatamento.
"London Calling già dalla copertina, ti entra in testa, entra nella storia e nei cuori di chi ama il punk, il rock il jazz il funk."
"Se un giorno vi capiterà di ascoltare 'London Calling' ricordatevi che state per ascoltare un'opera che difficilmente potrà avere un successore."
«London Calling» non è più un disco punk, i Clash vogliono dimostrare di saper suonare OGNI TIPO di musica.
«Già, è proprio punk questo disco!»
Non so davvero come cominciare. Per ora posso dirvi che vedo... Rosso.
Scusate ma io non riesco ad ascoltare questo disco soltanto a causa della copertina!!!!!!!!!!!!!!