Quando gli Who pubblicano 'Quadrophenia' è ‘appena’ il 1973, ma già l’album deve vedersela – ancora prima di uscire – con precedenti del calibro di 'Tommy', 'Live At Leeds' e 'Who’s Next': non esattamente scartine, altri avrebbero rinunziato ad un progetto tanto ambizioso, avendo indiscutibilmente consegnato già tre opere alla storia del rock. Qualsiasi altra band avesse prodotto questo doppio album sarebbe entrata sol per questo nelle Sacre Croniche, nelle Vite dei Santi, ma la sfortuna di questo disco è di arrivare cronologicamente settimo, e per quanto assolutamente peculiare e dotata di personalità e caratteristiche spiccate e proprie, l’opera farà sempre fatica ad ottenere il giusto riconoscimento.

In fine di carriera uno si chiede che diavolo di tipo doveva essere questo Pete Townshend, atipico chitarrista che non si è mai districato molto con gli assoli (non esattamente un vantaggio, in quegli anni) ma ha sempre composto roba anche assai intricata con l’ispirazione, la tecnica, la versatilità e la facondia di Mozart ed è indiscutibilmente il miglior rhythm guitarist di sempre. E’ quanto più lontano si possa immaginare dalla figura di intellettuale del rock – selvaggio, istintivo, punk ante litteram nel distruggere gli strumenti e nel rischiare costantemente l’osso del collo sul palco – eppure medita universi e narrazioni visionarie e psichedeliche, contrappunti di tastiere degni di Wakeman, brani a ritmi pluricomposti con dieci/quindici accordi, overture e recitativi da opera lirica. Gli ottimi inizi mod e garage evolvono subito, gli Who riescono a prendere per mano i propri fans ed a portarli al cospetto delle tastiere e dei brani strumentali di Tommy (‘Underture’, dieci minuti!), poi dimostrano il proprio valore in concerto e quindi si permettono il terzo capolavoro, maturo e poliedrico.

I più coraggiosi tra gli estimatori di ‘Baba O’Riley’, ‘Won’t Get Fooled Again’ e ‘Song Is Over’ percepiscono chiaramente una nuova epica e caratteristiche indubitabilmente progressive nella composizione e nell’esecuzione. Gli Who si candidano ad essere l’unico gruppo garage-prog della storia, forti di quattro strumentisti unici e personalissimi, e non è il caso di ricordare qui cosa siano il basso indomabile di Entwistle e la voce stentorea di Daltrey, per non parlare di quel folle genio percussivo di Keith Moon, uno che ha buttato il charleston dal primo giorno. Il nuovo album sarà conferma o sarà diniego, i ragazzi sono giovani e carichi e famosi, e possono dare ancora molto.

In anni recenti è stato chiarito che l’epopea di ‘Quadrophenia’ non aveva nulla a che vedere con il progetto abortito di ‘Lifehouse’, come invece si era ipotizzato in anni immediatamente successivi. Il fatto è che dopo ‘Tommy’ Pete sta pubblicamente meditando la seconda opera rock (nientemeno), ma non riesce a venire a capo di un complicato concept ecologico-futuristico, che sarà terminato solo nel 1999; alcuni brani finiscono su ‘Who’s Next’, ma il riciclaggio totale dei copiosi spunti musicali non avviene, e la faccenda viene accantonata in attesa di compiuta ispirazione. L’opera però s’ha da realizzare, gli Who ci hanno fatto la bocca e Pete l’ha pure detto in giro, così il leader pesca nuovamente nell’inesauribile vena artistica e nel giro di un annetto si registrano prima una prova generale d’opera di nome ‘Long Live Rock’, tuttora inedita, poi (con qualche difficoltà e grande impiego di mezzi) quattro nuove facciate dedicate ai malesseri socio-esistenziali di un ragazzo mod ed alle sue battaglie con le gang dei rockers, argomento del quale i nostri sanno più che qualcosa.

Il fattore ambientazione e storia in ‘Quadrophenia’ (una forma più grave di schizofrenia) non è in realtà importante quanto lo era stato per ‘Tommy’: la storia di disagio ed annichilimento sociale e generazionale, più concreta ma debole e vaga rispetto a quella follemente visionaria del profeta del flipper, è solo pretesto ed unità concettuale per una critica non particolarmente centrata della società inglese (soprattutto dell’educazione sociale e scolastica) e per una serie di brani importanti ed autonomi, tant’è che nel successivo tour l’opera non verrà presentata per intero (come era stato per la precedente) e gli scampoli migliori verranno interpretati indipendentemente dal contesto, ed affiancati liberamente ai classici del passato.

Aperta la famosa copertina con la Vespa plurispecchiata, il primo brano che ci fa saltare sulla sedia è ‘The Real Me’, in cui chitarra e fiati si giovano della più frenetica sezione ritmica mai ascoltata in ambito rock (con buona pace dei Grand Funk Railroad). L’inizio è col botto, ma la successiva title track ci schiaccia sulla medesima sedia, sembrano i Led Zeppelin che suonano il repertorio dei King Crimson, e Townshend si concede pure un pregevole assolo in apertura di brano: roba da matti.

Bisogna dirlo e non mi trattengo: è anche progressive, progressive rock lanciatissimo e muscolare, energico e lirico: tastieristico quanto ‘Kashmir’ tre anni prima di ‘Kashmir’, complesso e multiforme, l’intera Side 4 è pura sinfonia in un crescendo di sintetizzatori e chitarre, e pianoforte. Keith Moon mette in moto i leggendari piatti e chi s’è visto s’è visto, con Entwistle il tasso di rock resta altissimo ma contrappunti e melodie si inseguono inesauribili, gli otto minuti di ‘Doctor Jimmy’ ed i sei della summa strumentale ‘The Rock’ atterrano sotto la pioggia in una ballad pianistico-orchestrale tra le più belle ed emozionanti, dove Daltrey si spolmona definitivamente dopo la superba prova nella famosa ‘5:15’.

Sono meravigliose anche la vibrante ‘I’ve Had Enough’, la riflessiva ‘Sea And Sand’, la rockissima ‘Drowned’, la conflittuale ‘The Punk And The Godfather’: arpeggi in stile ‘Behind Blue Eyes’ sfociano nel più vibrante Rock and Roll ma i sintetizzatori ele parti dei fiati (scritte ed arrangiate da John Entwistle) scappano fuori da tutte le parti, e l’energia complessiva è maggiore di quanto non sia su ‘Tommy’, soprattutto per la crescita vertiginosa del suono e dello stile degli Who. E’ il miglior connubio di sempre tra Eddie Cochran e Beethoven, l’unico davvero convincente e davvero rock, il contemporaneo ‘ELO II’ si avvicina vagamente all’idea di ma si tratta solamente di pop, per quanto pregevole.

Le molte difficoltà in studio e quelle ancora maggiori in tour stressano oltre misura l’irascibile Townshend, che dopo aver preso a calci (letteralmente) tutti i tecnici di sala ed i mobile engineers si piglia quasi due anni di stacco prima di guidare gli Who in una trascurabile nuova uscita, lontana anni luce dai fasti di ‘Quadrophenia’ (e si piglierà lo sfizio di riportare l’opera sul palco, stavolta per bene e per intero, nel 1996). ‘Quadrophenia’ diventa un buon film nel 1979 (non un film musicale come ‘Tommy’), cui partecipano Sting e Toyah e che si avvale di versioni alternative, remixate o con parti ri-registrate di molti brani dell’album. Dopo il 1973 gli Who non saranno più gli stessi: piuttosto deludente ed interlocutorio ‘Who By Numbers’, assai poco centrato ‘Who Are You’ e solo interessante la produzione degli anni Ottanta. Questo meraviglioso doppio album è l’ultimo grande regalo di un indomabile gruppo rock con velleità artistiche innegabilmente superiori al proprio background, ultima sintesi riuscita tra generi ed ispirazioni antitetiche, quarto ed ultimo capolavoro da consegnare ai posteri prima di un dignitoso percorso verso un sostanziale pensionamento. Grazie anche all’aiuto di amici affezionati (Kenny Jones su tutti) le performances in tour resteranno emozionanti per molti anni ancora dopo la scomparsa di Keith Moon, ma la migliore ispirazione finisce esattamente qui, brano più brano meno.

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