Copertina di Alice in Chains Dirt
Omega Kid

• Voto:

Per appassionati di grunge, rock e metal, fan di alice in chains, amanti della musica anni '90 e cult album
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LA RECENSIONE

Pietra miliare del grunge riconosciuta all'unanimità e sicuramente il lavoro massimo dell'intera (e tumultuosa) carriera degli Alice in Chains, Dirt rappresenta un affascinante editto dell'autodistruzione del cantante Layne Stanley, anche se nel 1992 non si era automaticamente associato l'apologia crepuscolare del disco con la dipendenza alle droghe. Pace, in fin dei conti l'opera d'arte non necessariamente deve attingere dal biografico, invece l'album, lontanissimo da fascinazioni di facciata ed effettismo opportunistico, era l'urlo disperato di un uomo prigioniero dell'inferno psicotropo, ma allo stesso tempo l'involucro della sua stessa anima oscura, poiché senza simili esperienze probabilmente Dirt non sarebbe mai nato, o non sarebbe stato così.

Ma andiamo avanti, rock e dannazione vanno a braccetto da secoli, c'è piuttosto da chiedersi per quale motivo abbia deciso di recensire un disco che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti... o forse sì? Ammetto di aver sempre nutrito un grande affetto per il cd, complice una sbandata per il genere mai del tutto sopita, come dimostra aver riascoltato, appunto, Dirt 25 anni dopo e aver ritrovato un disco ancora incredibilmente godereccio, avulso da parametri temporali e intriso di quell'energia mistica degna dei veri capolavori. Ancora non siamo però arrivati alle motivazioni della rece: ora che ci siamo finalmente liberati di tutte le sfumature morbose assortite quello che rimane è la mera musica, e qui arriva il bello. Mi sono sempre chiesto in effetti perché Dirt mi piacesse così tanto, tanto da ascoltarlo in soluzione continua, e senza mai neanche pensare al tasto skip. Ho letto un po' di tutto sul disco, che è doloroso, oscuro, inesorabile e disperato. Da ascoltare a piccole dosi, ma necessario. Ebbene, io non ho mai provato cotali impulsi. Al netto dei testi effettivamente pesanti, il disco si muove in un equilibrio quasi perfetto tra spirito metal e fascinazione pop, dove tutti hanno il loro spazio, inclusi special spesso sensazionali. Si tratta di uno spazio ovviamente delineato dalla voce peculiare di Layne Staley e le curiose impalcature in chitarra di Jerry Cantrell. Ma c'è un grande rispetto di fondo nei confronti dell'ascoltatore, quasi un affetto empatico, che non rende l'ascolto mai deprimente o insostenibile.

A mio parere è questo l'elemento di Dirt che non è mai stato sufficientemente evidenziato, partendo dalla bellezza dei suoi refrain, accattivanti senza mai sfociare nella ruffianeria. Squarci di luce accecante colpiscono senza preavviso molti brani, con Staley che ha sempre una soluzione melodica avvolgente e straordinariamente enfatizzata per dare un'identità decisa alle canzoni. Se escludiamo la travolgente e potentissima Them Bones, tracce come Junkhead, Angry Chair e la struggente Down in a Hole non vedono l'ora di arrivare agli ispiratissimi ritornelli per ammaliare l'ascoltatore. Mentre Rain When i Die espone addirittura un lato progressive della band, con gli strumenti che si prendono tutto il tempo per esprimersi prima di lasciare il campo a Staley, dipingendo un universo dalle tinte fosche. Semplicemente fantastica, ma contro ogni aspettativa la migliore rimane ancora oggi Rooster, l'unica ballad distensiva del disco, ovviamente nel pieno spirito del gruppo e che sorprende addirittura con cori blues, ma non nell'ispiratissimo refrain ascensionale con chitarre e voce a piena potenza, una vera apoteosi. Staley canta che vorrebbe volare, ma le sue ali sono tarpate, e tutto il disco riflette questo spirito di redenzione e caduta nelle tenebre. Non ci sono brani minori o filler in Dirt, caratteristica che sarebbe già un mezzo miracolo per l'industria discografica, e quando la cupa Would? chiude bruscamente in un sordo delay allora sì che è il trauma si fa doloroso, è il silenzio a essere insostenibile.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra Dirt come pietra miliare del grunge e massimo esempio della carriera turbolenta degli Alice in Chains. L'album sprigiona un'energia autentica, miscelando oscurità e melodia in un equilibrio perfetto. I testi riflettono la lotta personale di Layne Staley, ma la musica rimane accattivante e mai depressiva. Brani come "Rooster" e "Them Bones" emergono come apici di questa opera senza filler, ancora oggi straordinariamente coinvolgente.

Alice in Chains

Alice in Chains è una band di Seattle nata nel 1987, tra le massime espressioni del cosiddetto 'Seattle Sound', conosciuta per il loro sound cupo, le doppie voci di Layne Staley e Jerry Cantrell e testi introspettivi e sofferti. Dopo la morte di Staley nel 2002, la band è tornata con William DuVall alla voce.
37 Recensioni

Altre recensioni

Di  Asjklf

 Dirt rappresenta la loro maggiore opera.

 I testi di Dirt, supportati da un sound a volte claustrofobico, sono la cronaca della discesa nell'inferno della tossicodipendenza.


Di  Rooster

 Se la sofferenza avesse una voce non sarebbe tanto diversa da quella di Staley.

 You, you are so special, you have the talent to make me feel like dirt, and you, you use your talent to dig me under, and cover me with dirt.


Di  andrewramone

 Atmosfere da pelle d'oca, emozioni mai provate; canzoni cupe e toccanti che lasciano addosso un senso forte di malinconia.

 Dirt presenta una band in forma, con la voce sofferente di Laine Staley, ormai completamente dipendente da eroina.


Di  Starblazer

 Gli Alice In Chains non sono una semplice grunge-band, sono il miglior gruppo degli anni '90 e 'Dirt' rappresenta il loro capolavoro assoluto.

 'Down In A Hole' lascia con il fiato sospeso per l’intreccio perfetto delle voci di Jerry e Layne, POESIA PURA.


Di  SenzaUnaEmme

 Dirt è un album nero e denso come la pece, un’esperienza sonora soffocante che rappresenta in pieno una corrente musicale ormai scomparsa.

 In definitiva, ad un tassello di storia come questo, assegnare un voto sarebbe quasi irrispettoso, mi limiterò a levarmi il cappello.