Copertina di Alice In Chains Dirt
Rooster

• Voto:

Per appassionati di rock alternativo, fan del grunge, amanti della musica emotiva e testi profondi, ascoltatori di alice in chains e della musica anni '90
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LA RECENSIONE

Se la sofferenza avesse una voce non sarebbe tanto diversa da quella di Staley, e se avesse un’anima quella di Alice potrebbe perfettamente personificarla. “Dirt” è il testamento di Staley della sua battaglia contro la tossicodipendenza, in cui mette a nudo tutti i suoi sentimenti e le sue paure. La chitarra di Cantrell, il basso di Starr e la batteria di Kinney accompagnano Layne lungo il suo calvario fisico e psicologico, in una strada che può essere interrotta solo dalla morte.


E’ un attimo: appena inizia la musica parte il grido del singer con quel suo timbro unico, poi un altro, ed un altro ancora; “I believe them bones are me”, e sin dall’inizio si guarda già alla fine, alla polvere e alle ossa.
“Dam That River” e “Rain When I Die”, la prima cruenta e sanguigna, la seconda più psichedelica, continuano il tracciato aperto prima, mantenendo un’atmosfera cupa e morbosa. La scura disperazione di Layne torna a galla nella successiva “Sickman”, una danza macabra e malata a più riprese, con una sonorità perversa che trafigge. La quinta traccia, di cui non vale la pena ricordarne il titolo, è un ricordo dell’incubo della guerra del Vietnam, che vide partecipe il padre di Cantrell; la voce parte inesorabile ed intensa, toccante come sempre, per poi esplodere nel suo sfogo e lasciare spazio ad un riff duro, scarno e diretto, quasi a voler restaurare quello scenario fatto di corpi massacrati e sepolti nel fango della foresta. “Junkhead”, come fa presagire il nome, contiene la ragione della musica degli Alice In Chains, una canzone per la droga e contro la droga, costruita con un andamento allucinante. La title-track invece è forse il pezzo che più mette a disagio l’ascoltatore, è il momento centrale, quello in cui Staley dipinge lentamente l’affresco della sua disperazione, grazie ad una lirica straziante: “You, you are so special, you have the talent to make me feel like dirt, and you, you use your talent to dig me under, and cover me with dirt”. Chiaramente si riferisce ancora alla droga.


La sofferenza senza scampo sembra ormai essere diventata una routine, quando partono “God Smack” e “Hate To Feel”, che infatti non fanno eccezione, anche per quanto concerne la bellezza e la profondità dei brani. Le tendenze metalliche della band tornano a riflettersi sul sentiero di “Angry Chair”, tra melodie claustrofobiche e ritmi spezzati. Il lato invece più acustico e “morbido” degli Alice In Chains trova la sua massima espressione nella stupenda ballata di “Down In A Hole”, in cui ritorna il desiderio, negato, di spezzare le catene della dipendenza chimica. Infine, “Would?” conclude questo capolavoro in maniera epocale e drammatica, con un finale mozzafiato.

Nel mese di aprile 2002 Layne Staley muore di quella stessa sostanza che lo teneva in vita, e a noi non resta che il suo ricordo, la sua musica e le sue parole:
“I’d Like To Fly, But My Wings Have Been So Denied”

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Riassunto del Bot

La recensione descrive Dirt come il testamento musicale di Layne Staley, che mette a nudo la sua lotta contro la dipendenza. Attraverso atmosfere cupe e testi intensi, l'album si presenta come un viaggio emotivo e doloroso. La musica della band fonde elementi metal e acustici per creare un'esperienza unica e profonda. Il ricordo di Staley rende l'album ancora più potente e toccante.

Alice in Chains

Alice in Chains è una band di Seattle nata nel 1987, tra le massime espressioni del cosiddetto 'Seattle Sound', conosciuta per il loro sound cupo, le doppie voci di Layne Staley e Jerry Cantrell e testi introspettivi e sofferti. Dopo la morte di Staley nel 2002, la band è tornata con William DuVall alla voce.
37 Recensioni

Altre recensioni

Di  Asjklf

 Dirt rappresenta la loro maggiore opera.

 I testi di Dirt, supportati da un sound a volte claustrofobico, sono la cronaca della discesa nell'inferno della tossicodipendenza.


Di  andrewramone

 Atmosfere da pelle d'oca, emozioni mai provate; canzoni cupe e toccanti che lasciano addosso un senso forte di malinconia.

 Dirt presenta una band in forma, con la voce sofferente di Laine Staley, ormai completamente dipendente da eroina.


Di  Starblazer

 Gli Alice In Chains non sono una semplice grunge-band, sono il miglior gruppo degli anni '90 e 'Dirt' rappresenta il loro capolavoro assoluto.

 'Down In A Hole' lascia con il fiato sospeso per l’intreccio perfetto delle voci di Jerry e Layne, POESIA PURA.


Di  Omega Kid

 L'album era l'urlo disperato di un uomo prigioniero dell'inferno psicotropo, ma allo stesso tempo l'involucro della sua stessa anima oscura.

 Non ci sono brani minori o filler in Dirt, caratteristica che sarebbe già un mezzo miracolo per l'industria discografica.


Di  SenzaUnaEmme

 Dirt è un album nero e denso come la pece, un’esperienza sonora soffocante che rappresenta in pieno una corrente musicale ormai scomparsa.

 In definitiva, ad un tassello di storia come questo, assegnare un voto sarebbe quasi irrispettoso, mi limiterò a levarmi il cappello.