Ritorno tanto inaspettato, quanto benvenuto questo dei canadesi Black Mountain. Inattivi da oramai 6 anni (uno iato che di questi tempi convulsi sa quasi di reunion), furono, una decina di anni fa, uno dei più fulgidi esempi di rock “passatista” ma incredibilmente personale. I Black Mountain, oltre che gruppo, sono sempre stati una specie di comune, tutti impegnati nel sociale, specialmente nel recupero delle tossicodipendenze, e di tale spirito comunitario hanno imbevuto la loro musica.

Elementi di cui era pregno il primo omonimo e bellissimo disco (e l'EP che ne seguì, per i perfezionisti), vetta non ancora eguagliata della loro striminzita discografia. Il celebrato “In The Future” perdeva per strada l'introspezione psichedelica e i ritmi kraut del precedente per far spazio a brani a volte troppo legati all'hard rock tout court, spesso virato progressive, che appesantiva un po' il tutto. “Wilderness Heart” del 2010 batteva il lato meno hard della faccenda, riuscendo molto bene nei brani folk a doppia voce, meno in quelli propriamentre heavy.

Seppur la scelta del titolo di queswta nuova fatica faccia obbligatoriamente alzare il sopracciglio a molti (qualcuno ha detto Led Zeppelin o Black Sabbath?) fortunatamente il temuto effetto plagio/omaggio è ben scongiurato. Lo si capisce già dalla lunga e mesmerica traccia che apre il disco. “Mothers Of The Sun” è la cosa più vicina alla bellissima “Buffalo Swan” contenuta nel sopracitato EP del 2005, ossia un tappeto di synth e organo a fare da accompagnamamento alla bella voce di Amber, doppiata dal tono forse troppo melodico del leader McBean, arricchita da un riff monolitico che si scolpisce al secondo sulla corteccia cerebrale. Da tempo non riuscivo ad esaltarmi per un brano come con questo.

Se dovessimo decidere un filo conduttore sonoro del disco, di sicuro sarebbero synth e organo che se possono sembrare anni '80 in certi frangenti (“Florian Saucer Attack”) in verità si rifanno ai pionieri dell'analogico, ossia i corrieri cosmici tedeschi (Cosmic Jokers, Klaus Schulze, Sergius Golowin), e in parte anche al tanto di moda John Carpenter e le sue colonne sonore dei 70's (“You Can Dream”). Ecco, i Black Mountain sono riusciti in quello che gli ultimi Tame Impala hanno completamente fallito. Ossia riuscire a fondere, senza snaturare la propria natura, synth e chitarre elettriche, lavorando di cesello e riuscendo a rimanere cazzuti e sintetici (“Constellations” e “Defector”) senza scimmiottare l'R&B o roba simile. Cigliegina sulla torta due brani dilatati sulla scia dell'iniziale “Mothers Of The Sun”. “Space To Bakersfield” blues cosmico di quasi 10 minuti, lenta meditazione in salita, con un occhio sempre ben aperto verso le porte della percezione, e “(Over And Over) The Chain”, introdotta da 3 minuti di effetti da spazio profondo stile Hawkwind, e poi condotta da un ritmo cosmico-tribale, fino al tripudio mantrico del finale a base di wah wah.

In definitiva, e senza remore, già tra i dischi dell'anno.

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