I primi due dischi dei Nazareth fanno parte di quel gruppo di album di celebri band hard-rock che, ad inizio carriera, avevano cominciato percorrendo altri e più vari generi musicali, con risultati qualitativamente alterni a seconda dei casi (parliamo dei primi e più psichedelici UFO, della Mark I dei Profondo Viola, dei primi tre dischi in formazione-trio dei Thin Lizzy, che per me sono dischi bellissimi, o dell'esordio degli Scorpions) ma in ogni caso spesso snobbati a favore delle loro opere più famose e snobbati un po' a caso secondo me, come se quelle band fossero legate sempre e solo all'hard-rock, mentre alcuni di questi dischi sono belli assai. Ok, non è il caso dei primi Nazareth (che in ogni caso band di prima fascia non lo sono mai stati) visto che i loro primi due dischi, molto più incentrati su un mix di pop-rock-hard-ballad spesso molto sixties con pizzichi di country e folk, non sono precisamente dei capolavori memorabili. Però nel complesso questo "Exercises" del '72 è un valido dischetto, la maggior parte delle canzoni sono piacevoli e carine, qualcuna fin troppo solidamente agganciata alla ballad pop anni '60 ("In My Time" non vi ricorda niente ? Soprattutto quando parte il solo di chitarra con quel suono lì ?), ma molto carine. Poi ci sono un paio di brani sopra la media, quelli che aprono ("I Will Not Be Led" un bel rock orchestrale incazzato) e chiudono ("1692 Glencoe Massacre" un po' eccessivamente carica nel finale ma bella canzone) il disco. di più
La musica ideale per sprofondare in un baratro di malinconia. di più
È che quando la fanno in concerto si va in visisibilio di più
Un disco d'esordio piuttosto altalenante, con momenti molto validi e altri decisamente meno, nel complesso un discreto disco, nulla di eccezionale. Ci sono delle belle canzoni ma quasi mai, nemmeno nei momenti più ispirati, il disco diventa davvero memorabile, mentre una buona metà dei brani viaggiano tra il "piacevole ma niente di più" e il dimenticabilissimo. Le canzoni migliori stanno nel trittico consecutivo formato da "Empty Arms, Empty Heart" (con quel riff davvero azzeccato e difficile da togliersi di mente) seguita da "I Had a Dream" e "Red Light Lady", entrambe con il contributo all'harmonium nella prima e all'organo nella seconda nientemeno che di Dave Stewart che nel 1971 era già da qualche anno, e continuerà ad esserlo per tutti gli anni '70, l'uomo ovunque della fantasiosissima scena di Canterbury, qui in veste di puro session-man. Peccato che "Red Light" si perda nella parte finale in una pomposità di archi e fiati poco fluida e inutilmente eccessiva. L'altro pezzo migliore è la loro versione della pluri-coverizzata (dal Jeff Beck Group agli Einsturzende Neubauten passando per Fred Neil, per dirne alcuni) "Morning Dew" di Bonnie Dobson, qui in una versione dilatata e tipicamente psych-rock-ballad anni '60. Una buona versione, bel pezzo. Qui i Nazareth, lontani dall'hard-rock che darà loro maggior successo, erano palesemente alla ricerca di una loro precisa identità musicale. di più
Praticamente un Debaser che c'ha creduto anche troppo di più
Non sei l'unico!!!! Sto guardando una serie dopo l'altra di più
𝐿𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑝𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑐𝑎𝑑𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑢𝑖 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑖. di più
Surrealistic Pillow e Volunteers, tra le vette più alte che siano mai state raggiunte nel rock psichedelico. di più
"Running up that hill" capolavoro, grande artista... quando uscì io avrò avuto 14 anni ma era un vero prodigio, bellissima, ballerina, testi e musica fantastici per non parlare del duetto con l'amatissimo Peter Gabriel che "ci vedeva lungo"!!!
Un pezzo di storia della musica! di più
Con Roger Waters immensi, dopo, una merda ! di più
Autore: David Marte
Titolo: “Parole di Baustelle. Commento ai testi di La Malavita, Amen, I Mistici dell’Occidente”.
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disponibile in formato cartaceo Print-on-Demand (pp. 342 – 13,99 €) e digitale Kindle (7,99 €).

INTRO AL LIBRO
“Parole di Baustelle” presenta un ampio commento e un'approfondita analisi testuale a 18 canzoni scelte da una personale “Trilogia della vita” del gruppo toscano: 5 canzoni da “La Malavita”, 7 da “Amen”, 6 da “I Mistici dell’Occidente”, esattamente la prima metà per ogni album. di più
Grazie dio della musica che ci hai dato l'opportunità di ascoltare anche solo per due album questa band. Semplicemente straordinari di più
Put me to sleep here, Lord, and wake me in Japan. di più
Banda di bastardi senza speranza di più
Il gruppo che mi ha introdotto al metal più pesantuccio.
I primi due album (The Legacy e The New Order) non possono mancare all'interno di un catalogo dedicato al genere thrash. Impossibile, per me, restare indifferente dinanzi a pezzi come Eerie Inhabitants, Disciples Of The Watch e Musical Death (A Dirge): riescono sempre a farmi fantasticare, soprattutto per via di quei magnifici arpeggi dal sapore medievale. di più
Lui e Murolo sono i massimi esponenti della canzone napoletana. di più
Grande gesto di umiltà quando rinunciò alla maglia numero 9 e scelse l' 1+8 di più
Band fondata dal cantante e leader dei Rebel Rousers, Cliff Bennett, che per questa sua nuova band si circonda di alcuni giovani e talentuosi musicisti, che suonavano già insieme più o meno da un paio d'anni: Ken Hensley, Lee Kerslake e John Glascock, tutta gente che si farà valere nel corso della carriera. Questo esordio omonimo dalla strambissima copertina un po' surrealista un po' metafisica è il più classico album di Rock/Soul/R&B dell'epoca, con qualche punta di Blues e di Rock/Pop Psych-Acido ovviamente, la roba più tipica che si poteva suonare in quegli anni e, non essendo particolarmente imprescindibile nel songwriting (non stiamo parlando di un capolavoro, insomma), capisco perché non abbia sfondato; rimane tuttavia un bel disco, senza alcun dubbio, molto divertente e piacevole da ascoltare, ben suonato e con tutte belle canzoni all'interno. Bellissima la cover di "Bad Side of the Moon" di Elton John (incisa quasi in contemporanea con l'uscita del singolo originale) e interessante un pezzo come "Just Like All the Rest" dove domina un bel flauto traverso la quale presenza, in questo tipo di disco, mi pare parecchio debitrice a quei Jethro Tull che Glascock conoscerà molto più da vicino 7 anni dopo. Per il resto belle canzoni di appassionante Rock-Soul bianco, trascinate dalla bellissima voce di Bennett, uno dei punti di forza del disco. Risalta molto nel suono il basso di Glascock, cosa buona e giusta. di più