Viviamo tutti galleggiando su un oceano.
Sin dall’inizio, da quando veniamo al mondo da un posto senza nome e senza memoria.
C’è chi lo vede e ogni tanto sogna di immergervisi, per respirare un anticipo di infinito.
Per poi risalire a galla a respirare la luce del sole.
C’è chi non lo vede affatto, c’è chi ne è terrorizzato.
C’è chi lo vede davvero nella forma reale di un immensa massa fluttuante di acqua salata, fra due continenti.
C’è chi lo cerca, l’infinito, sopra le sue onde impetuose, su una tavola da surf.
L’unico vero beach boy, come racconta la storia.
Quello che piaceva alle donne, quello delle amicizie sbagliate e pericolose.
Quello che di Brian non aveva forse il genio ma sicuramente la sensibilità e l’inquietudine, e, grazie a queste, anche se in numero minore, canzoni splendide regalate al gruppo.
C’è chi a quell’oceano, un giorno, tuffandosi da una barca, voleva solo fare una ulteriore carezza d’amore e che da quell’oceano non riesce più a tornare, perché l’oceano lo ha riconosciuto troppo presto come fatto della sua stessa sostanza.
Dennis Wilson è stato quell’uomo.
Questo il suo primo e ultimo album in vita, gelido e meravigliosamente blu come l’abbraccio dell’oceano pacifico che, un giorno, non lo ha più lasciato andare.
Considero questo album come il Pink Moon della California.
Il talento del Beach Boys emerge con impeto e sorprende tutti all’interno del gruppo.
I suoni crepuscolari, le ricche melodie e il senso di disperazione fanno reggere l'album alla prova del tempo.
Un disco malinconico e notturno che restituisce al meglio le riflessioni nostalgiche di Dennis Wilson.
Dennis Wilson è stato un talento tormentato, un'anima difficile e fragile incline a cattive compagnie, alcol e droghe.
Niente surf, niente rock'n'roll di spiagge e ragazze ma il gospel magnifico di "River Song" ad aprirlo.