In attesa del prossimo album, “Octaviarum”, che uscirà all’inizio di giugno godiamoci il loro ultimo capolavoro studio, “Train of thought”, che in inglese se non mi sbaglio suona come “Filo del pensiero”.
Beh… in generale non c’è molto da dire: è semplicemente fantastico, all’uscita ha estasiato il pubblico, hanno nuovamente mostrato di essere degli extraterrestri! Una completezza stupefacente, sono riusciti a integrare la loro già camaleontica musica con un nuovo stile, quello cupo e pesante del metal (il loro genere era già dagli esordi definito “Progressive metal”, la novità di cui quindi sto parlando non è altro che l’aggiunta di chitarra in power, di accordi più che distorti, di voce inquietante… insomma heavy, power, speed, gothic metal!), confermandosi sulla cresta dell’onda. E a chi il merito maggiore se non a loro, ai 5 ragazzi di Long Island?
A Labrie, che nonostante l’età e nonostante ciò che si dicesse sul fatto che “se ne fosse calato” è riuscito ad affascinare ancora una volta con i suoi acuti, la sua passione ma anche con le sue distorsioni e le sue urla; a Myung, che è vero che non ci sono suoi assoli (indimenticabili quelli in “Metropolis” e in “The dance of eternity”) e che forse si è un po’ “riposato” rispetto alle sue capacità ma che si è come sempre distinto con i suoi temi martellanti e le sue scale in primo piano; a Rudess, di cui tanto ho parlato ma di cui penso che ogni parola sia incomprensibile se non lo si ascolta; a Portnoy, che all’ennesimo cambio di tempo, all’ennesimo rullo e al costante uso della doppia-tripla cassa ha fatto pensare, come ormai succede da anni: “Ma da dove viene questo?...”; e soprattutto a lui, a Petrucci, il mio idolo, il mio esempio, colui che compone, suona, canta ma più di ogni altra cosa emoziona, lascia a bocca aperta, “gasa”. Irraggiungibili.
Credo di aver detto tutto o quasi… non ho frasi con cui concludere, posso solo ripetere nuovamente che i DT sono superiori a tutti e che “Train of thought” è una delle tante dimostrazioni che hanno fornito e che continueranno a fare, spero, ancora per anni e anni. E allora che aspettate? Procuratevelo e… preparatevi a entrare nel Teatro dei Sogni.
""Stream of Consciousness": 11 minuti di pura musica che entrano prepotentemente nella storia dei Dream Theater."
"In the Name of God è la vetrina ideale per tutti i componenti della band, perfetta e tecnicamente perfetta."
Il teatro dei sogni è ormai vecchio.
Gli assoli di Petrucci sono velocissimi sì ma privi di pathos.
Io non capisco cosa hanno nella testa certe persone ... ma ai fan veterani che hanno quasi rinnegato la band.
Stream Of Consciousness ritenuta da me la traccia più bella dell’intero album.
L’ultima fatica targata Dream Theater rappresenta una parentesi musicale controversa e di difficile identificazione.
Se questo è il flusso di coscienza dei cinque americani che dieci anni fa portarono in auge il prog metal, allora siamo veramente alla frutta.
Con "Train of Thought" i Dream Theater purtroppo cadono nella "trappola" del metal.
Questo cd è troppo movimentato e assolutamente non è del loro stile.