"The number of the beast (EMI, 1982)
Sulla cresta dell'onda, pronto a fare il grande botto commerciale, prossimo alla celebrità universale, sprovincializzandosi con un tour mondiale appena conclusosi, Paul Di'Anno, inspiegabilmente, lascia (o viene estromesso da) il gruppo. Volendo esagerare potremmo dire che la lunga storia degli Iron Maiden finisce qui. Il proseguo difatti, oltre ad essere scevro del raffinato animo di Paul Di'Anno, vedrà null'altro che un progressivo perfezionarsi e intensificarsi del suono che, sempre più pulito e intenso (anche sulla scorta delle bordate heavy metal che richiedono necessariamente, per essere almeno aggiornati, un aumento di decibel), si dividerà tra pezzi ballata e pezzi power o dividerà un pezzo metà ballata metà power. Le tematiche poi pur variando sempre, in chiave concept-story, di ambientazione in ambientazione rimarranno (nel bene e nel male) arenate a quelle iniziali: e anzi le esaspereranno di retorica e artificiosità per essere più eclatanti e così vendere di più. Ciò è dovuto non solo a una sempre più spiccata mentalità manageriale di Harris, ma anche all'innesto dell'ex Samson (rozza band proto-metal che tentava di rifare il verso a Judas Priest e Kiss) Bruce Dickinson, oggi considerato un mito vivente e oggettivamente primo nella classifica d'influenza tra i cantanti heavy metal: tuttavia con la sua tecnica perfetta, il suo sbraitare teatrale, la sua retorica e pletorica risulta anni luce (poeticamente) inferiore e meno degno di stima dell'esistenzialista Paul Di'Anno, unico fra l'altro, tra i membri di una band di "bravi ragazzi", a, soprattutto dopo aver lasciato questa, perdersi in dipendenze di vario genere.
The number of the beast è universalmente considerato il miglior album del quintetto londinese. Di fatto è il più celebre. Sempre di fatto, con quest'opera, il metal prende una volta per tutte la sua rotta definitiva e inconfondibile: il suono maturo e (allora) d'avanguardia di quest'album traccia tale rotta, oltre ad avviarla. Da un punto di vista compositivo, tuttavia, contrariamente ai primi due lavori (per la gran parte costituiti da canzoni indistintamente di alto livello) si assiste qui per la prima volta nella storia del gruppo a una più o meno volontaria svendita alla mediocrità: incredibilmente l'album alterna brani assoluti a "brani-riempitivo" sciatti, banali e noiosi.
Partendo dal peggio è da dire che: "Invaders" si crogiola in un autocompiaciuto (è autocompiacersi il principale difetto di Dickinson e, se non di più, anche di Harris) metal-medio-power che invoca a rotta di collo ma senza credibilità apocalittiche invasioni di esseri mostruosi. "The prisioners" tenta di rivalersi in un'inquadratura più marziale ma il testo scandalosamente sciocco ("I'm not a number, I'm a free man") e l'andatura coralmente podistica danno 6 minuti di noia. "Run to the hills" scende nel campo dei buoni sentimenti alternativi (la dedica è straniantemente, dato l'ambiente new wave, ai pellerossa delle riserve) qualificandosi celebre quanto odiosa, il trillo del ritornello inneggiato da Dickinson è poi stomachevole ("run for your life..": l'unico motivo per correre è per scappare da questo cesso!). "Gangland" (e i Maiden in stile "Gangland" ne faranno a decine di brani) non ha nessun senso di esistere e infatti non significa nulla, del quartetto tuttavia è la meno peggio, sostenuta se non altro da un sincero arrembare.
Tra il bene e il male sta "The number of the beast", cronaca di un sogno demoniaco introdotto da un brano dell'Apocalisse di S.Giovanni: considerata da critici e fan un must ineguagliato, tuttavia a parte l'urlo notevolissimo di Dickinson nelle parti centrali ha poco da dire. Lo stesso "666" (di cui i Maiden fecero anche un toccante video in stile horror-Eighteen con tanto di nebbia artificiale, zombie di cartapesta e fuseaux elasticizzati), se è vero che entra nell'iconografia metal, è anche vero che era presente in campo musicale già dal 1971 quand