Sempre prolifica, Napoli. La città che più di ogni altra ha definito gli standard della musica italiana, sia in patria che nel resto del mondo, ancora una volta ne sposta il confine: sperimenta, azzarda, crea, diventa protagonista.
Inventore. Non c'è altro modo di definire Gianni Leone, vera anima di questa seconda uscita del Balletto. Dopo l'album "Sirio 2222", con l'ingresso dell'eclettico tastierista la formazione ridisegna i propri equilibri, abbandonando la vocazione pop/beat per procedere alla realizzazione di un vero classico del progrock internazionale. Un classico di una originalità eccelsa, che è praticamente impossibile distinguere di brano in brano.
Tutta la storia si snoda attraverso un'introduzione, tre incontri e un epilogo; ma diversamente ad altri concept dell'epoca (penso al contemporaneo "Darwin" del Banco, meraviglioso pur nella sua diversità) gli episodi sono fusi tra loro quasi senza soluzione di continuità; solo il supporto vinilico riesce a spezzare un album che altrimenti è come un film, va seguito dall'inizio alla fine. Leone, generosissimo dietro all'organo, al moog, al mellotron, alla spinetta, al piano, traccia una trama opprimente e claustrofobica, intessuta da una voce tenue e delirante, onirica e dannata. Ma quello che più colpisce è l'assoluta omogeneità del feeling complessivo: non c'è alcun contrasto tra uno strumentista e l'altro, l'armonia è totale, anche quando la chitarra sembra aggredire la tastiera e poi soccombere sotto suoni elettronici dissonanti e angosciosi. Ma l'esibizione gratuita, mai; l'ostentazione di tecnica è roba per altri, non per i bravissimi ed equilibratissimi Giancarlo Stinga (batteria), Vito Manzar (basso), Lino Ajello (chitarra), tutt'altro che gregari, mai in ombra; ma neanche per Gianni Leone, che dimostra una padronanza stratosferica mai fine a se stessa ma sempre funzionale al mosaico, meglio, al dipinto che l'ensemble traccia per l'eternità sul vinile.
Un album, questo, non certo per chi è in vena di ricerche musical-archeologiche, perché non lo si può vedere come un semplice cimelio, pur importantissimo nella storia della musica. È un'opera per sempre attuale, che può regalare decine di ore di emozioni purissime e potentissime a chiunque sia disposto a farsi trasportare in un altro mondo, travalicando non solo i limiti del rock o del rock prog, ma i confini della musica tutta.
Una pietra miliare del prog italiano che non ha niente da invidiare neanche ai colossi stranieri.
Uno dei rari esempi di dark progressive italiano.
YS è un album che non stanca affatto a lungo andare, nessuna traccia si può saltare.
Gianni Leone crea atmosfere celtiche medievali mixate con jazz e psichedelia, una novità in Italia.
Questo, insieme a pochissimi altri, è uno di quelli che considero i VERI capolavori del progressive italiano.
Purtroppo non riesco a descrivervi le emozioni così intense che provoca, ma di brividi ne vengono tanti, lo giuro.
Il tema è inquietante, delirante. E sicuramente, ben si adatta alle musiche: tutto è apocalittico, dark.
Chi si troverà ad ascoltare Il Balletto di Bronzo di "Ys", capirà di trovarsi davanti ad un capolavoro.
"Gianni Leone viene considerato uno dei più grandi tastieristi rock di tutti i tempi."
"Un gruppo che, se fosse nato altrove, avrebbe scalato le classifiche accanto alle più grandi band della storia."