Se su Unknow Pleasure si scoperchiava l'inganno della realtà, su questo si va dentro all'invisibile della realtà. CLOSER più che postumo è disco da cambio d'essenza e, miroblita, profumerà sempre di rose mistiche.
Il disco non è un requiem e non è triste, non è lugubre, non è malinconico, non è decadente, non è tragico, semplicemente sta su un altro piano di sensibilità e viene travisato dai nostri pruriti masochistici di sofferenza incosciente: "Le session vennero descritte dai vari componenti della band come molto divertenti, costellate dai numerosi scherzi organizzati dai musicisti, in particolare dal cantante", ecco...
Sulla prima traccia c'è un tribalismo distaccato per un rituale che abrade il velo maya (Atrocity Exhibition appunto). "This Is the way, step inside", iniziamo forte. Poi su Isolation si prende il contatto definitivo con la solitudine, motivettata da un tappeto sonoro mistificato simil dance, tanto per non impazzire subito.
In Passover si cerca la nostra oasi personale col cambio di libagione, dove l'acqua non basta più per dissetarsi. Inizia a montare quella depressione grintosa che è anche gentile nel controllo dell'istinto di sopravvivenza.
Nella quarta si approcciano entità (Colony) non proprio rassicuranti ed il dialogo inizia ad evolversi in orrorifico dove però la paura ci è amica. Quasi scanzonata A Means To An End dove ci si abitua al cambio di paradigma senza però ammiccare utilitarismo. Si vivacchia ancora per poco.
Se vogliamo associare serietà animica a Heart and Soul non è proprio così. Potremmo dire che da qui iniziamo a stringere il culetto da visioni dell'aldilà. Coraggio. Inizia a farsi strada la rassegnazione (Twenty Four Hour) che è la chiave per la realizzazione. Tentativi di tagliare le catene del considerare il tempo, la battaglia infuoca. Finisce sospeso, come tutto, il pezzo.
Ed ecco che su The Eternal non ce n'è più per nessuno, in primis per il riflesso di noi stessi. La confessione è definitiva, il revisionismo interiore è devastante. Il cullarci dell'immobilità del flusso ci provoca un'insonnia atavica dove il passato, presente e futuro sono davanti a noi contemporaneamente. Nostalgia dell'altro mondo. C'è una calma piatta, una felicità spietata.
Con Decades si scavalla, il Salto è fatto. Non ci sono più decisioni da prendere, tutto è come deve andare e con l'accettazione di tutto siamo nell'armonia.
Poi che le tempeste solari conquistate, rinunciando alla libertà vigilata, bruciano tutto, beh quella è un'altra storia.
"L'incidente è chiuso, non fate pettegolezzi... Questa non è una soluzione... ma non ho vie d'uscita... La barca dell'amore si è spezzata contro la vita quotidiana. Tra la vita e me i conti tornano... Buona permanenza" (V. Majakovskij).
L'unica cosa di cui vale la pena vivere è di farsi fare a pezzi dall'amore. Arrivederci Ian!
Un senso di impotenza. La vita si sommerge, ti devasta e ti lascia incapace di reagire.
Ian Curtis stava per diventare una leggenda vivente. Ha lucidamente scelto di limitarsi ad essere una leggenda.
La glaciale bellezza dell'album è indiscutibile a causa della spietata sincerità che suggerisce.
'Closer' è un album dal respiro gelido, capace di "scaldare" l'ascoltatore solo in poche e claustrofobiche occasioni.
"'Closer' è un viaggio fatto d'incubi, di tristezza, di sollecitazioni fisiche e psichiche."
"Peccato che una mente musicale del genere si sia spenta dopo solo due dischi e qualche concerto live per pochi intimi."
Ai Joy Division è bastato un biennio per dare alla scena post punk un incipit straordinario.
I Joy Division sanno straziarti, consumarti pian piano con la loro melodia che mette con le spalle al muro.
"No words could explain, no actions determine, just watching the trees and the leaves as they fall" (The Eternal)
"Heart and soul one will burn..." - la lucidità di Ian Curtis di fronte al suo destino