E' il 1980.
Il punk stà morendo e con lui quel poco della buona musica che, con enorme fatica, cercano di trascinarsi alle spalle Bowie e simili; il mondo del rock (Inghilterra in testa) comincia a rimpiangere gruppi come Led Zeppelin e Black Sabbath, seppellendo i Sex Pistols e i Clash, quando all'improvviso, in meno di un anno, un album stà per cambiare per sempre il corso della musica contemporanea (involontariamente!!!).
L'album si intitola proprio Closer, e gli autori sono i Joy Division, quattro ragazzi di Macclesfield, "paradiso" industriale in prossimità di Manchester.
A capitanarli un Ian Curtis alle strette, più atterrito ed introspettivo che mai, per di più consapevole che la fine di ciò che sino ad allora era stato il suo personale calvario, stava arrivando definitivamente, dopo anni di buio catacombale.
Perchè questo è Closer.
Un album dal respiro gelido, capace di "scaldare" l'ascoltatore solo in poche e claustrofobiche occasioni.
L'inizio ne è l'esemplificazione: "Atrocity Exhibition" risuona come un benvenuto di funesta consapevolezza che culmina nella successiva "Isolation", una ballata altamente paranoica scossa da un basso altrettanto ossessivo.
Con "Passover" le atmosfere si tranquillizzano sino a far gelare il sangue nelle vene, giusto in tempo per riprendersi ed affrontare "Colony", una marcia di feedback e riverberi esasperanti;
"A Means To An End" sa essere invece più ascoltabile e malinconica, comunque non all'altezza della successiva "Heart And Soul", dove l'animo di Curtis si materializza sotto forma di una soave e delicata preghiera, cantata come una poesia;
"Twenty Four Hours" apre spazio alle melodie (quasi impercettibili fino a questo momento) per poi ri-precipitare nella maestosa e decadente "The Eternal", istmo sprituale che conduce infine a "Decades", dove ogni improbabile speranza viene cancellata senza pietà.
Dopo questo Capolavoro, Curtis si tolse la vita appena prima di partire per il "richiestissimo" tour negli States assieme alla band.
La glaciale bellezza dell'album è indiscutibile a causa della spietata sincerità che suggerisce, e senz'altro vale molto più dei futili ritornelli che dall'80 in poi riempirono le monocromatiche giornate degli yuppies dell'epoca...
Un senso di impotenza. La vita si sommerge, ti devasta e ti lascia incapace di reagire.
Ian Curtis stava per diventare una leggenda vivente. Ha lucidamente scelto di limitarsi ad essere una leggenda.
"'Closer' è un viaggio fatto d'incubi, di tristezza, di sollecitazioni fisiche e psichiche."
"Peccato che una mente musicale del genere si sia spenta dopo solo due dischi e qualche concerto live per pochi intimi."
Ai Joy Division è bastato un biennio per dare alla scena post punk un incipit straordinario.
I Joy Division sanno straziarti, consumarti pian piano con la loro melodia che mette con le spalle al muro.
"No words could explain, no actions determine, just watching the trees and the leaves as they fall" (The Eternal)
"Heart and soul one will burn..." - la lucidità di Ian Curtis di fronte al suo destino
Semplicemente un capolavoro, l'essenza dei Joy Division è qui.
Auguro solo che chi si avvicini a questo disco rimanga soddisfatto almeno al 20% di quello che si è (HO) provato ai tempi dell'uscita.