Ci ho provato, diverse volte ed in momenti diversi, l'ultima volta giusto ieri, ma proprio non ce la faccio.
A me "Berlin" non piace. E in generale non mi piace Lou Reed. Non mi piacciono nemmeno "Transformer" e il primo dei Velvet Underground, tanto per dare l'idea.
E nonostante non avessi apprezzato "The Velvet Underground and Nico" mi ero avvicinato a "Berlin" come primo disco da solista di Lou Reed con aspettative molto alte, viste le tante belle parole spese sul suo conto.
Qualcuno avrà da rimarcare che questa è la quinta recensione di questo album, ma, mentre le altre quattro lo elevano unanimente a capolavoro, io voglio dare una visione alternativa, che con grossa probabilità mi frutterà una bella raffica di pesci in faccia. Pazienza.
L'atmosfera che pervade "Berlin" è cupa, si racconta una storia di droga, depressione e morte, il che fa indubbiamente presa sull'animo dell'ascoltatore. Il problema è il modo in cui questa storia viene tradotta in musica.
Il problema principale è Lou Reed stesso, col suo cantato monocorde, asettico e ai limiti dell'amelodico, che mi risulta particolarmente noioso e non riesce mai a muovermi nessuna corda emozionale, considerato anche che la musica che partorisce non incontra molto i miei gusti. Non saprei dare una spiegazione razionale a questa sensazione, so solo che dopo ripetuti ascolti non sono mai riuscito a trovare nulla che mi facesse cambiare idea. E questo va a scapito dell'empatia che si dovrebbe creare nei confronti dei protagonisti del dramma messo in scena.
Il secondo grande limite lo riscontro nella produzione ad opera di Bob Ezrin. Lo stesso Bob Ezrin che ha prodotto "The Wall", ovvero quello che forse considero il miglior disco dei Pink Floyd, ma che qui a mio avviso fallisce. La mia critica è di carattere tecnico, e mi si potrebbe obiettare che non è carino mettersi a sindacare sul lato puramente tecnico (che rappresenta il mezzo) quando si parla di un disco del genere, pervaso da un tema talmente drammatico (che è il fine). Ma se il mezzo è inadeguato il fine non viene raggiunto a pieno. In sostanza il disco suona brutto, e non perchè in generale gli arrangiamenti sono volutamente scarni per conferire quell'atmosfera di cupezza di cui sopra, scelta che in sè non è passibile di critica, suona brutto perchè spesso manca un amalgama di fondo fra le varie componenti.
Infine, oltre a suonare brutto, il disco è anche suonato in maniera mediocre: non mi addentro troppo nei particolari, che richiederebbero troppo spazio, dico solo che in generale le parti di batteria, basso e chitarre non mi piacciono nè per come sono concepite, nè per come sono realizzate. E poco importa se il basso sta nelle mani di Jack Bruce, anzi, questo è forse un motivo di delusione in più.
Sia dato il via al lancio di pesci.
Creò un'opera che scava a fondo nell'anima dell'artista, più di ogni lavoro pubblicato sulla scena americana negli ultimi 50 anni.
Berlin. Il capolavoro assoluto (tra i tanti) dell'autore newyorkese, merita un posto tra i più grandi dischi del '900.
È un disco che ferisce, sconvolge, distrugge, Berlin.
Una sorta di film à la Douglas Sirk se fosse un film. O un feuilleton d’autore se fosse un romanzo.
‘‘Berlin’ inizia dolente da un riverbero lontano di voci, suoni di fine festa e un pianoforte stanco e il sussurro di Lou che scivola su un blues malinconico e decadente.’
‘‘Per me sarà sempre un album unico e indimenticabile’.
Qui Reed si spoglia, in atteggiamento poetico, crudele verso se stesso.
Un disco musicalmente e melodicamente particolare, dalle cadenze pesanti, che alla distanza si ama come un amico sincero.
Avevo sbagliato. La testata era stata un clamoroso errore: avrei dovuto mollarla a lei.
Fuori pioveva. Galleggiavo in una malconcia e impolverata poltrona di pelle ed al buio lo ascoltavo in religioso silenzio, quando capii.