"Avrebbe potuto registrare "Transformer 2-transformer 3" e altre versioni di "Walk on the wild side". Ma invece decise di compiere l'atto più coraggioso, mai visto nella storia del pop. Creò un'opera che scava a fondo nell'anima dell'artista, più di ogni lavoro pubblicato sulla scena americana negli ultimi 50 anni."
Così Bob Ezrin, produttore e autore degli arrangiamenti, parla di Lou Reed e dell' opera che coinvolse entrambi i ragazzi tanto profondamente da portarli sull'orlo dell'ennesima crisi. Il successo di Transformer diede a Lou, la possibilità di lavorare col geniale produttore che a soli 24 anni, aveva già lavorato a tutti i più grandi successi di Alice Cooper, e con una delle più grandi formazioni con cui egli lavorerà in tutta la sua carriera (Velvet Underground compresi): su tutti ai fiati i fratelli Brecker, al basso Jack Bruce e, alle chitarre, portati da Ezrin, Steve Hunter e Dick Wagner.
Con queste premesse non poteva che riuscire quello che poi uscì fuori realmente: il ritratto eseguito in rigido stile realista del dolore e della degradazione. La parte musicale, costruita con grande cura, attorno ai testi di Lou, in particolare da Ezrin e Jack Bruce, forma un muro sonoro compatissimo formato da chitarre, batteria, tastiere, fiati e archi in particolar modo sopra "Sad song" autentico capolavoro dell'album. Questo non è poco per un' artista che con i Velvet aveva raggiunto l'apice con l'unione di sole chitarre, batteria e basso.
Inoltre per quest'album Lou raggiunge la sua massima ispirazione poetica, raccontando la storia di una coppia di drogati a Berlino che sprofonda nella degradazione e nella tragedia. "Berlin", "Lady day" e ancora "Caroline says pt.1" danno l'idea del sogno, della quasi gioia, ma già circondata da un'atmosfera macabra. Che esplode in un continuo crescendo da "How do you think it feels" passando per "The Kids" e "The Bed" fino al riepilogo di tutto il cd rappresentato dalla fantastica "Sad song". Credo che con queste liriche, il "poeta maledetto della grande mela", meriti un posto di prestigio nella poesia americana della seconda metà del '900, a fianco a William Borroughs (autore del pasto nudo) e al suo grande maestro Delmore Schwartz.
Berlin. Il capolavoro assoluto (tra i tanti ) dell'autore newyorkese, merita un posto tra i più grandi dischi del '900, in un angolo tutto suo, che non è mai stato esplorato così in profondità da nessun'altra opera rock.
È un disco che ferisce, sconvolge, distrugge, Berlin.
Una sorta di film à la Douglas Sirk se fosse un film. O un feuilleton d’autore se fosse un romanzo.
‘‘Berlin’ inizia dolente da un riverbero lontano di voci, suoni di fine festa e un pianoforte stanco e il sussurro di Lou che scivola su un blues malinconico e decadente.’
‘‘Per me sarà sempre un album unico e indimenticabile’.
Qui Reed si spoglia, in atteggiamento poetico, crudele verso se stesso.
Un disco musicalmente e melodicamente particolare, dalle cadenze pesanti, che alla distanza si ama come un amico sincero.
Avevo sbagliato. La testata era stata un clamoroso errore: avrei dovuto mollarla a lei.
Fuori pioveva. Galleggiavo in una malconcia e impolverata poltrona di pelle ed al buio lo ascoltavo in religioso silenzio, quando capii.
"Lou Reed stesso, col suo cantato monocorde, asettico e ai limiti dell'amelodico, mi risulta particolarmente noioso."
"Il disco suona brutto... spesso manca un’amalgama di fondo fra le varie componenti."