Il coraggio e la volontà certo non mancano a Dave Mustaine, questo bisogna ammetterlo. Dopo i noti problemi fisici al polso, che sembrava non gli avrebbero più permesso di suonare, tanto da portare allo scioglimento della band nel 2002, e con l'aggiunta della causa intentatagli dal suo fido (ex)bassista Ellefson, ce ne voleva davvero di forza per proseguire e rimettere in piedi quello che rimaneva della sua storica (ormai un po' appannata) band.
Se il buon "The System Has Failed" aveva riportato sulla cresta dell'onda la formazione, dopo ormai troppi anni di album di modesto valore e di critiche feroci da parte della stampa musicale e dei fans, questo "United Abominations" doveva riportare i 'Deth agli antichi splendori, essendo definito come "la più sconvolgente esperienza thrash metal del terzo millennio" (parole dello stesso MegaDave...).
Domanda: "come fare per ritornare in grande stile?" Risposta: "recuperando le caratteristiche peculiari dei Megadeth, vale a dire: riff potenti, assoli al fulmicotone e voce rabbiosa, quasi maligna...".
Non poteva mancare ovviamente una buona dose di contestazione contro tutto e tutti da parte del buon MegaDave, che questa volta decide di scagliarsi contro l'ONU ("United Abominations" è una critica abbastanza diretta...) ritenuta un'associazione con l'unico "merito" di arricchirsi alle spalle dell'America, dimostrando totale indifferenza per gli orrori nel mondo. Ma neanche l'America viene lasciata da parte, tra minacce di guerre ("Washington is Next!") e critiche neanche tanto celate sulla politica degli ultimi tempi ("Amerikhastan"); tanto per non farci mancare niente dei bei vecchi tempi, aggiungiamoci anche un po' di sana autocelebrazione (la pessima rivisitazione di "A Tout Le Monde" con Cristina Scabbia...).
Passando al disco vero e proprio, non si può certo dire che si tratti di un ritorno totale al thrash degli esordi, ma quello che si ha tra le mani è la perfetta sintesi della carriera dei Megadeth: la potenza e la velocità tipiche del periodo "thrash" anni '80, unite alla melodia e alla tecnica del periodo "heavy" anni '90.
L'opener "Sleepwalker" si apre con un arpeggio di acustica a cui poi si aggiungono gli archi in un crescendo che esplode in una traccia veloce, potente e diretta: davvero un ottimo avvio, ben proseguito dalla successiva "Washington is Next!", altro proiettile diretto nelle orecchie dell'ascoltatore. Una cosa che si nota da subito di questo album, e che segna davvero un gradito ritorno alle origini, è la presenza di continui duelli da parte dei chitarristi Mustaine-Drover: ascoltare la conclusiva "Burnt Ice" per capire, traccia non eccelsa almeno fino alla sezione di assoli nel finale; certo, l'affiatamento e la tecnica del duo Mustaine-Friedman dei tempi d'oro era un'altra cosa, ma il risultato finale (nonostante alcune sbavature e imperfezioni) è comunque molto buono.
Altri brani di notevole interesse sono la title-track (anch'essa aperta da un arpeggio d'atmosfera) che, pur presentando melodie abbastanza banali ed orecchiabili, risulta molto godibile; "Gears of War", la più "pesante" nel suo incedere (colonna sonora dell'omonimo gioco per Xbox 360, per chi è interessato...) e "Play for Blood", forse il brano che più da vicino rimanda ai tempi di "Rust in Peace": continui cambi di riff, accelerazioni e stoppate che sfociano in ottimi assoli, voce rauca e rabbiosa. Buoni anche brani come "Blessed are the Dead" e "Amerikhastan", in cui Dave recupera anche il parlato che gli è tanto caro: in entrambi, assoli a profusione e, nella seconda, anche un azzeccato ritornello, molto orecchiabile, che non guasta mai.
Pollice verso invece per brani come "Never Walk Alone...a Call to Arms" e "You're Dead", brani abbastanza deboli, senza particolari spunti di interesse e che non presentano soluzioni che non siano già state espresse altrove, anche all'interno di questo stesso album; pollice decisamente verso invece per la rivisitazione di "A Tout le Monde" (con tanto di sottotitolo nuovo di zecca: "Set me Free"): non tanto per la partecipazione della Scabbia che non aggiunge né toglie alcunché alla canzone, ma proprio per la riproposizione in sé: a parte risultare fuori contesto in un album dalle sonorità come questo, viene eseguita (male) più velocemente sia nelle parti vocali che (soprattutto) nell'assolo che fu di Friedman, tanto da venirne snaturata e da non conservare un briciolo dell'atmosfera della stupenda versione presente in "Youthanasia".
Nonostante questi punti deboli, il cd si rivela ottimo: una summa appunto di quanto fatto dai Megadeth in tanti anni; speriamo che con questa formazione acquistino la stabilità necessaria per continuare a produrre musica di questo livello, che segna definitivamente il ritorno di Dave e della sua "macchina infernale", anche guardando lo splendido artwork di copertina.
Decisamente una delle migliori uscite dell'anno e della band stessa, a mio avviso degno di essere accostato a "Rust in Peace" e a "Countdown to Extinction", di cui rappresenta un riuscitissimo mix.
Questo disco non è nulla di eclatante, ma gli arrangiamenti sono più che buoni, e la produzione eccellente.
La band di Mustaine si dimostra sempre meritevole di ascolto, grazie al proprio impegno per suonare con passione, e non per i puri introiti commerciali.
"Il disco parte benissimo con 'Sleepwalker', 'Washington is next' e 'Never walk alone'"
"'United abominations' è un pezzo politico, che non mi esalta da nessun punto di vista."
I Megadeth la storia l'hanno scritta a caratteri cubitali, e lo hanno fatto alla grande fino a 10-15 anni fa.
Il disco suona bene ma è un pò arido e monotono (salvo poche eccezioni) nelle parti riservate al pur bravissimo singer, il grande Mustaine.