CALMA MASSACRANTE
Una fredda notte d'inverno passata a scrivere cose senza senso, nel buio di una stanza, il gelo di un vuoto colmato dai battiti della vecchia macchina da scrivere che irriverente squarcia il silenzio. E stai lì senza un principio nè una fine, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, appeso al niente in un contesto d'inconscio. Fuori, se fosse stato un film, sarebbe stata una notte buia e tempestosa, ed invece le strade sono piene di gente, gente che cammina, gente che gira senza una meta, c'è fermento nella città.
Ma io ne sono del tutto estranio e il camino riscalda, come sottofondo c'è una strana musica: una musica agreste, piena di ferro arruginito e polvere. Riconosco subito lo stile: è Tom Waits, con le sue musiche che sanno di vecchio, di antico eppure sono eterne, fuori dal tempo. Con la sua voce dissacrante e rilassante allo stesso tempo, mi immagino di stare in mille mondi: in una via desolata di periferia di qualche grande città orientale, nei campi di grano, nei pianobar dell'america degli anni venti, pasta pensare un po', e forse posso sembrare ripetitivo ma sto nella continua ricerca di trovare un modo per poter trasmettere le emozioni nello scritto, e credetemi non è facile.
"Mule Variations" è un'insieme di brani violenti e romantici, la sua voce aspra ed aggressiva in "Big in Japan" e calma ed accogliente in "Hold On", da ascolare ed immaginare. La macchina ha ormai finito di battere, il fuoco si è smorzo dal freddo, di fuori non c'è più nessuno, tutto è morto, tutto riposa, solo una lieve sinfonia si porta a spasso per i viali i sogni e gli incubi di tutti quanti.
Non ho sposato un uomo... ho sposato un mulo.
Tom pi ù calmo e riflessivo ma di grande impatto fin dal primo ascolto.
Un capolavoro assoluto, contiene 16 pezzi dal suono 'sporco e sbilenco' ma tutti animati da una forza musicale irresistibile.
"Why wasn’t God watching? Why wasn’t God listening? Why wasn’t God there for Georgia Lee?" — una canzone colossale che lascia esterrefatti.
Un mulo che, da qualche parte nell’immensa campagna americana, si siede su una seggiola di legno mezza scassata e registra un disco; cosi, perché gli va.
Quando finisce “Come On Up To The House” e tutto è finito, lui è lì, col cappello in mano, fra i campi, mentre tutto si sta oscurando, come in quei vecchi film.