Come ho già premesso recensendo Close To The Edge e Drama, tutta la lunga discografia della band non è per tutti. Lo testimonia con rara efficacia il disco che sto per recensire. Questo è il disco in cui debutta Alan White (RIP!), batterista con alle spalle un curriculum non indifferente, poichè non solo ha suonato con la Plastic Ono Band, ma anche con cantanti e solisti di grande rispetto, basterebbe nominare l'ex Beatle George Harrison. E gli Yes hanno scelto proprio il batterista giusto per registrare il loro capolavoro sommo: Tales From Topographic Oceans. Recensire questo doppio album è difficilissimo, per cui cercherò di parlarne usando il linguaggio delle emozioni, anche perchè questo è un disco che, appena lo si capisce, prende per mano l'ascoltatore e lo trasporta in un viaggione immaginifico.
Detto questo, è essenziale fare un premessa di ordine storico. Gli album doppi vanno visti come punto di arrivo della carriera delle band che li realizzano. La maggior parte delle volte si tratta di vere e proprie opere rock (come ad es. Quadrophenia degli Who, The Lamb Lies Down On Broadway dei Genesis [concept album che prelude all'abbandono di Peter Gabriel e all'inizio dell'era Phil Collins]), per racchiudere tutta l'energia che la band sa sprigionare in studio di registrazione (penso per es. a Physical Graffiti dei Led Zeppelin), e addirittura per scardinare e demolire la forma canzone tradizionale. E Tales From Topographic Oceans è proprio lì a testimoniare questo tentativo di rivoluzionare la forma canzone. Perchè agli Yes la forma canzone tradizionale è sempre stata stretta. Ed è cosa buona e giusta che sia così.
La formazione che suona in questo disco è ibrida, nel senso che, come ho detto, l'unico componente che cambia, è il batterista. Non c'è più Bill Bruford. Bruford, infatti, in questo periodo è già entrato nei King Crimson. E la differenza si sente. Eccome.
Il resto, come ho già anticipato nelle altre due recensioni, è storia. Questo disco lo conferma. Ma andiamo con ordine. Tales From Topographic Oceans è un album lungo: un'ora e ventidue minuti di puro progressive rock! Abbiamo a che fare con quattro tracce in cui la tensione è sempre molto alta, anche se chi ascolta non se ne accorge, avvolto com'è in un'atmosfera dreamy e ambient. Curioso trovare delle atmosfere di questo tipo in un disco progressive rock.
L'ascolto inizia con The Revealing Science Of God (Dance Of The Dawn). Siamo di fronte alla canzone che è un viaggione musicale di per sé. È grazie a questo brano che si capisce che l'atmosfera non è quella che ti aspetteresti. Dopo l'intro del disco, spicca il drumming potente e preciso di Alan White, con momenti davvero face- punching e le caratteristiche entrate in levare che lasciano senza fiato. In questa canzone spiccano le sezioni strumentali, le infuocatissime parti di chitarra di Steve Howe, autentico virtuoso dello strumento, ma soprattutto la parte più aggressiva e face-punching, in cui Rick Wakeman si esibisce in un infuocatissimo assolo di stile scopertamente free jazz.
Il viaggio continua con The Remembering (High The Memory). Anche qui la canzone prende per mano l'ascoltatore e lo trasporta in un viaggione immaginifico. Alla fine potrà affermare senza tema di smentita, con le parole della canzone, And I do feel very well........
Per fare tutto questo non basta un’ambizione enorme ma anche è necessario un talento fuori dal comune.
Secondo me è un album che ha bisogno di molti ascolti e di molto tempo per poterne apprezzare la complessità e la bellezza.
Questo album deve essere considerato da tutti un lavoro degli Yes, e non una deludente infinità di boiate.
Se siete arrivati incolumi alla fine dell'album, complimenti, avete assistito ad un masterpiece del prog rock.
Se è possibile individuare il momento esatto in cui il prog ha raggiunto il punto di non ritorno, sicuramente deve stare da qualche parte di queste estenuanti, interminabili, abominevoli quattro facciate.
Qui gli Yes non fanno prigionieri, guidati nel massacro del buon gusto dalla vocinada castrato di Jon Anderson e dalle mitragliate tastieristiche di uno dei più deprimenti pagliacci della storia del rock.
"Un disco epocale, secondo la mia modestissima opinione di quattordicenne, che contiene davvero pochi 'disappointing moments' e verso il quale considero davvero ridicolo tutto questo accanimento."
"The Remembering: High the Memory è, a mio parere, la suite più piacevole e più accessibile dell'intero panorama prog."